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Una visiona della scuola di Don Sardelli

by Mathieu Landriault last modified 2009-02-21 14:32

L'esperienza di Don Roberto Sardelli ideatore di una scuola a tempo pieno nella Roma dei ''Baraccati" degli anni '70.

INTERVISTA A DON ROBERTO SARDELLI

(di Manuela Tempesta)

 

Don Roberto Sardelli nasce a Pontecorvo, nella bassa Ciociaria, nel 1935. Nel 1965, a Roma, viene ordinato sacerdote.  Da subito è chiara la sua vocazione nell'impegno a fianco di poveri ed emarginati: sarà la missione che lo accompagnerà per tutta la vita.

Nel sessantotto lascia la parrocchia romana di San Policarpo, nel quartiere Tuscolano, e va a vivere con i baraccati dell'Acquedotto Felice. Qui fonda la ""scuola 725"", che porta avanti con una visione assolutamente nuova della formazione dei ragazzi. Don Roberto vuole che i suoi alunni rivendichino con orgoglio le loro umili origini, ma vuole anche che prendano coscienza della loro condizione per liberarsi dalla paura e dal bisogno, per affermare con coraggio la propria dignità. Don Roberto è un prete scomodo che  balza agli onori della cronaca per le sue scelte coraggiose e per le sue denunce. Le sue parole e le sue azioni alimentano roventi polemiche con il potere politico ed ecclesiastico, verso cui - animato da un'incredibile passione cristiana e civile - spesso si scaglia, contestandone abusi, omissioni ed ipocrisie.

 

Il documentario s'intitola "Non tacere". Che cosa significa per chi, come Lei, ha vissuto e insegnato nelle baracche romane alla fine degli anni '60?

 

Non tacere è il titolo che scegliemmo per il nostro libro di testo, quando lo scrivemmo nella "scuola 725". Perché "Non tacere"? Perché il contesto in cui vivevamo era obbligato al silenzio, posto nella condizione di non parlare, di non gridare la propria condizione. Non tacere fu un titolo che rovesciava la situazione: il silenzio si trasformava in grido e questo cambiamento si legava alla presa di coscienza  della situazione in cui ci trovavamo. Scoprivamo, cioè, il perché eravamo baraccati. Le baracche non erano nate per "germinazione spontanea", ma erano la conseguenza di un governo della città attento agli interessi della speculazione immobiliare. Agli immigrati si chiedevano braccia e si negava il diritto ad una vita autentica e dignitosa. Non tacere fu il nostro primo impegno. La dignità nasce dalla coscienza del diritto. La beneficenza genera il silenzio. Non tacere vuol dire tutto questo.

 

" Non Tacere ", dunque, oltre ad essere una frase emblematica più volte ricordata nel progetto di Fabio Grimaldi, è stato anche il libro scritto dai "suoi" ragazzi  e proposto come libro di testo per le scuole. Ha sempre creduto che la parola potesse essere un'arma?

Le parole hanno un potere enorme. Non volevo che i ragazzi parlassero a vanvera. Allo stesso tempo mi impegnavo perché imparassero ad esprimersi. Un loro proverbio riassumeva bene queste preoccupazioni: "Poche parole, ma lettere grosse". Lo studio ci permetteva di entrare nell'intimo della parola e di ricostruirne la storia. Comunque per noi il possesso della parola non fu mai uno sfizio da intellettuali, ma strumento di liberazione, di coscientizzazione. Nella scuola, le ore più belle erano quelle serali, quando leggevamo il giornale e su una lavagna scrivevamo la parola chiave da spiegare. Scoprivamo, così, il mondo che quella parola racchiudeva come un nocciolo.

 

 

La "scuola 725" voleva colmare le  lacune ed i ritardi della scuola di Stato, ma voleva anche preparare gli allievi alla vita e alle dure prove che li attendevano. Era davvero importante che i ragazzi conoscessero personaggi come Che Guevara, Mao Tse-Tung, Gandhi e Malcom X?

 

Era importante che i ragazzi non si sentissero isolati dal mondo, quindi il contatto con Malcom X, con Che Guevara o Camillo Torres, era fondamentale. Analizzare queste realtà, parlare di Mao Tse-Tung o del dottor Horn, significava far sentire ai ragazzi che erano  parte del mondo.

Così, la prima sera quando cominciai la scuola, tutti credevano che avremmo pregato, io invece aprii "Americani e Vietcong".Quando iniziai a leggere il libro- solo due righe, non andammo oltre!-, dovetti spiegare che cosa significava guerriglia, guerra, Vietnam, Vietcong. Fu uno shock anche per me, mi  resi conto che non era possibile dare per scontate nozioni che scontate non erano. Partendo dalla semplice notizia facemmo storia, geografia, strategia militare, sociologia, politica, condizioni di vita del popolo. I ragazzi restarono molto impressionati da una delle regole di comportamento dettata da Ho-Chi-Min: quando vai a far visita al tuo amico, non portarti la capra perché non bruchi l'erba dell'amico.

Perché "La scuola non può non essere politica"?

Quando dico queste cose, e le dico anche nelle prediche in chiesa, alcuni corrugano le sopracciglia. Bisogna capire che cosa significa "politica"

Oggi viviamo un momento in cui quando diciamo "politica" pensiamo subito ai parlamentari o ai partiti, alla politica militante. Ma la politica è una virtù. Politica significa interessarsi ai problemi della polis. L'uomo che rinuncia a interessarsi di politica è un cittadino non vero, così lo definisce Aristotele, allora se io voglio essere cittadino devo essere "politico", perché è connaturato alla mia natura. La massa che dice "me ne frego, non voglio parlarne" sono non-uomini, sono non veri cittadini. La politica è una proprietà inalienabile, non posso rinunciarci. I partiti non vivono se non hanno questo concetto della politica. Oggi stiamo rischiando questo: il partito che si definisce politico, non è altro che un comitato d'affari. L'etica sta scomparendo dal loro orizzonte.

In questo documentario si cerca anche di capire il valore e il ruolo della cultura nella  società contemporanea. Qual è  la "vera " funzione della cultura?

Io posso riferirmi alla mia esperienza. Se i ragazzi della "scuola 725" non fossero riusciti a riflettere sulla loro condizione, ne sarebbero usciti alienati e avrebbero coperto con il silenzio un tratto significativo della loro vita. Nella cultura non ci sono parti passive e parti attive, ma tutti sono mossi dalla curiosità di capire, di analizzare e di giudicare ciò che avviene intorno a noi. Cultura è capacità di entrare nel dibattito politico, letterario, artistico, sociale.

Il consumismo si occupa dei fornitori e li tiene legati alla superficie dei fatti. Insomma,il fruitore per il consumismo è come il maiale per il contadino nei mesi che precedono la sua uccisione. Oggi assistiamo a uno stravolgimento della cultura. Si passa per fatto culturale anche l'elezione di Miss Italia o un circolo di tifosi. Tutto deve cadere sotto la voce "leggerezza". Si nasconde l'asperità del sapere. Si commette una frode ai giovani. Il nostro impegno fu quello di riportare la cultura nel suo solco e i ragazzi dovevano impossessarsene per emanciparsi e riscattarsi.

 

Nelle interviste filmate, i suoi ex allievi hanno ricordato che Lei insegnava a disobbedire e a scardinare le contraddizioni del potere...

 

Io non insegnavo a disobbedire così come non insegnavo ad obbedire. Io insegno la coscienza critica verso tutto. Nulla deve essere dato per scontato, ma tutto deve essere vagliato e dibattuto. L'obbedienza e la disobbedienza sedimentano sistematiche se diventano ideologiche e, in questo senso, non fanno paura al potere. Ciò che il potere teme è la coscienza critica dell'uomo. Dobbiamo evitare che la disobbedienza diventi una virtù come dobbiamo evitare che lo diventi l'obbedienza. Siamo certi, sui proni non si costruisce né la democrazia né la chiesa. Le piazze del consenso quanto più si riempiono tanto più diventano tragiche.

E' vero che  spingeva i ragazzi a rivendicare con orgoglio le proprie origini?

Negare le proprie origini, soprattutto quelle umili, significherebbe perdere parte della nostra storia. Legarsi a queste radici, invece, significa ricevere  la forza per affermare con decisione il proprio diritto. Il diritto deve essere alimentato dal ricordo. Se saltiamo la fase della memoria, saltano le nostre radici. Lo sforzo, invece, è quello d'innestare il ricordo del passato nel presente. Ecco, allora, perché i ragazzi della "scuola 725", dopo trent' anni, sentono il problema degli immigrati, perché ricordano le loro radici. E' il passato innestato sul presente che rende possibile la visione del futuro. Bisogna sognare, "I have a dream" diceva Martin Luther King. Credo che una persona che non sogna...sia sterile. Occorre  però  ricordare che il sogno prende il volo dalla vita, dalle situazioni reali, e se ci si stacca da queste visioni  il sogno diventa fine a se stesso. Credo che oggi il consumismo stia giocando su questo oblio. "Life is now", dicono in tv, "la vita è ora", scompare il "fu" e il "sarà". Non è una cosa nuova: anche Lorenzo Il Magnifico cantava questa immediatezza del consumo della vita, "chi vuol esser lieto sia". Però ora tutto è inserito in un sistema. Se non c'è il "life is now", il nostro sistema crolla. Ci stanno soffocando con abbondanti fleboclisi di cultura amnestica.

 

Nel documentario Lei si rincontra con i suoi ex allievi per scrivere una seconda lettera al sindaco di Roma. Qual è il contenuto di questo nuovo  documento e in che modo è stato sviluppato?

 

L' idea di una nuova lettera al sindaco è nata progressivamente. Da tempo ci ponevamo delle domande sulla situazione che si è determinata a Roma. Per esempio, abbiamo visto una politica della casa che, oggi, ripropone lo scenario di trent'anni fa:  si occupano le case come le occupavamo noi, interviene la polizia per far sgomberare gli appartamenti e porta gli occupanti in questura come noi, quando eravamo dei baraccati. Qualche volta ci hanno anche denunciato. Il problema è sempre lo stesso: il costo degli affitti e gli sfratti. Ma è possibile- ci siamo detti- che in trent'anni nessuno abbia posto un rimedio a queste situazioni? Questo ci preoccupa. Un altro problema che sentiamo particolarmente vicino è quello degli immigrati: vivono in condizioni più vergognose delle nostre, anche perché numericamente sono una presenza notevole. Noi eravamo 100.000  baraccati e, intorno a Roma, formavamo un "anello di miseria", loro sono mezzo milione, gente che non conosce la nostra lingua, spesso clandestini, costretti a vivere nascosti. Questo è un altro punto che ci ha fatto riflettere, abbiamo una politica dell'accoglienza che non accoglie. Abbiamo inoltre ragionato sulla politica culturale. Negli ultimi anni ha puntato solo sullo spettacolo. E' vero, i turisti vengono a Roma per vedere l'Aida a Caracalla. ma far coincidere questo con la politica culturale ci sembra un errore gravissimo, perché non tocca minimamente la situazione sub culturale della periferia romana.

In questi anni abbiamo dunque accumulato una riflessione critica che ci ha messo nella condizione di dire ora una nostra parola. Abbiamo tentato d'intervenire in passato, ma si è risposto col silenzio.

Questo si deve capire, che qualsiasi politica, dalla casa al lavoro, va concordata con la base, attivando tutti i canali  di una efficace partecipazione che ora langue. A meno che non s'intenda per partecipazione la presenza di 2.500.000 persone al godimento della notte bianca!

 

 

Lei è stato definito un "prete scomodo" sia per i suoi rapporti con la politica che con il potere clericale. Che cosa pensa della Chiesa?

 

Prete scomodo...qualcuno lo ha creduto, ma io non credo di esserlo.  Ho fatto cose tradizionalissime. Cosa ho fatto di nuovo se non quello che hanno fatto, in diversi modi e linguaggi, altri? Scegliere i poveri è nel solco del Vangelo. Eppure molti vorrebbero che tacessi, ma i ragazzi dell'Acquedotto Felice, ecco il loro magistero, mi hanno insegnato a "non tacere". I poveri, se tacciono, diventano la comoda discarica del superfluo dei ricchi e dei borghesi, ma se parlano....anathema sit...

 

Le sue posizioni, però, erano a favore del divorzio e dell'aborto, azioni che la Chiesa rifiutava con forza...

 

I problemi della famiglia, oggi, non si affrontano più con i parametri della teologia morale di un tempo. La realtà c'interroga e noi dobbiamo dare una risposta alla realtà che sta cambiando. Non siamo più ai tempi della Cristianità costituita dove il volere del papa diventava legge civile, siamo in una fase di grande fioritura multiculturale e multireligiosa. Lo Stato sta assumendo la sua autonomia rispetto a una determinata confessione, per cui deve tener conto di tante morali  e deve trarre da questa molteplicità una sintesi etica intelligente, rispettosa della diversità. Quando il vescovo dice "no, dovete impedire il divorzio", vuole imporre una decisione di carattere confessionale a uno Stato. Vedo comunque che i vertici ecclesiastici stentano ad accettare che lo Stato non possa più essere il braccio secolare del vertice ecclesiastico. La chiesa deve mettersi in testa che è un "piccolo gregge", una minoranza, e non può pretendere di imporre la sua fede e la sua morale a quanti non fanno parte della sua comunità. Queste pretese non solo intralciano il processo ecumenico , ma impediscono un vero e autentico dialogo.

Un altro tema centrale in Non tacere è l'alienazione creata dal sistema capitalista e dal consumismo. Perché, parlando di omologazione, affermò trent'anni fa e ancor prima di Pasolini, che gli esclusi si sarebbero consegnati alle "vetrine"?

Dietro le spalle ci hanno messo un "persuasore occulto" che ci porta a fare cose che non faremmo mai: ci porta davanti alle vetrine da lui stesso allestite e illuminate e ci fa estasiare come davanti a una visione soprannaturale ; ci solletica il ventre e non ci accorgiamo che ottunde la coscienza. Gli intellettuali parlano di omologazione,mettono in rilievo il fenomeno; noi che siamo, sì, intellettuali, ma organici al mondo emarginato, parliamo di erosione della coscienza. Noi vediamo le ferite dell'omologazione e quindi ci preoccupiamo di dare all'uomo gli strumenti culturali per capire ciò che sta accadendo, per non cadere nella rete dei consumi. Gli intellettuali progressisti, sono molti,ma  restano fermi. Hanno il coraggio del primo tempo e gridano "omologazione!", ma non passano al coraggio del secondo tempo e ci lasciano soli a "prenderci cura del ferito". La borghesia pruriginosa offre le sue migliori "finestre" agli intellettuali da "giro".

Il potere, in sé, ha sempre una componente sado-maso: ama fustigare ed essere fustigato. Intanto le "vetrine" continuano a far sentire infelici coloro che non accettano la seduzione. Il consumismo sta degradando la nostra società. Le liturgie del potere, di tutti poteri, sono come un Moloch. Ascolteremo il grido di liberazione delle vittime?

 

Nel documentario le sono state poste delle domande anche sul paradiso. Crede che possa essere, ancora oggi, una consolazione?  E' forse una ricompensa dopo aver visto o vissuto  problematiche terribili come la guerra e l'ingiustizia sociale?

 

Il regno di Dio è un'utopia che agisce nella storia, si rivela nella storia.

C'è un passo del Vangelo in cui Gesù guarisce un ammalato e qualcuno lo accusa di essere addirittura il diavolo, ma lui dice "se io compio queste azioni, si vede che il regno di Dio è in mezzo a voi". Quindi, le opere di giustizia, le opere che mirano alla liberazione dell'uomo dal bisogno quotidiano che è quello del cibo, della malattia, del sistema di vita che lo opprime, ecco,  questa azione liberatoria è il regno di Dio da costruire fin da ora., non si può rinviare a domani. Lo so bene che noi abbiamo sempre predicato ai poveri che sarebbero stati ricompensati nell'aldilà, ma tutto questo sta felicemente crollando, insieme a quella teologia politica di elaborazione. Non dobbiamo dimenticare che Gesù è stato ucciso perché ritenuto sovversivo sia dal potere politico che dai poteri del tempio. Egli, nella storia delle religioni, rappresenta una frattura inquietante altro che quietismo e rassegnazione. Bisogna collocare in questo contesto il suo annunzio che il "Regno di Dio appartiene ai violenti!"

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Scuola 725   199.9 kB 
la lettera scritta al sindaco di Roma relativa alla scuola 725