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Un merito senza talento

by Marco Bascetta — last modified 2009-12-22 16:52

L’epica meritocratica è una storia che si ripete con poche varianti: negli anni ‘60 il feticcio fu ripetutamente agitato come una clava contro lo sviluppo dell’università di massa. In tempo di crisi e di tagli all’università, è l’ideologia usata per legittimare la trasformazione degli atenei in docili fabbriche del sapere.

La meritocrazia di stato ha una sua data e un suo luogo di nascita precisi. Il luogo è la regione di Donbass (oggi Ucraina) e la data è il 31 agosto del 1935 quando Aleksej Gregor’evic Stachanov e la sua squadra di minatori estrassero 102 tonnellate di carbone in 5 ore e 45 minuti. Da allora è trascorso diverso tempo e gli sponsor di Stachanov hanno fatto una brutta fine, ma il "discorso del merito" non ha fatto grandi passi in avanti. I governi si autocelebrano sulla base del numero di pessimi decreti legge che impongono al paese, i comuni si autoincensano elencando la spropositata mole di ordinanze con cui molestano la vita dei cittadini, le università si giudicano sulla base di una serie di indicatori quantitativi spacciati per misura di qualità (esami superati, dispersione, sbocchi occupazionali, brevetti, docenze di ruolo nelle materie fondamentali, etc.) Si compilano elenchi di virtuosi e di reprobi, si sfornano criteri, test e graduatorie, si nominano commissioni e agenzie incaricate di valutare il merito. Formula magica evocata per metter riparo a decenni di stachanovismo riformatore e al suo disastroso naufragio, riconosciuto, infine, anche da quel Corriere della sera che ne è stato uno dei più sfrontati sostenitori. Di riforma fallita in riforma fallita si favoleggia ora di "finanziamento competitivo" delle università e di "fondi per il merito" a favore dei mille migliori studenti usciti dalle superiori. Finanziamenti e fondi la cui gestione "deve essere un esempio impeccabile di merito", scrive Roger Abravanel sempre sul Corriere. Chi e che cosa lo garantirà? Chi giudicherà i giudici e custodirà i custodi? Vecchia questione di regresso all’infinito che condanna all’inconsistenza il catechismo della meritocrazia.

Ed è proprio in tempo di crisi e di tagli, nella più desolante assenza di idee e di progetto, che il feticcio della meritocrazia, uno dei più tenaci e abusati che vi siano, torna a dilagare per ogni dove. Incombe sulla pubblica amministrazione, sulla scuola e l’università, sulla sanità, sui servizi. Sembra essere esentata da questo metro di giudizio solo la politica che lo esalta, investita da quella "volontà del popolo" che non conosce meriti né demeriti, ignoranza né conoscenza.
L’epica meritocratica è una storia che si ripete con ben poche varianti: già negli anni ‘60 il feticcio fu ripetutamente agitato come una clava contro lo sviluppo dell’università di massa, la liberalizzazione degli accessi, l’inclusione generalizzata nei processi formativi di classi e soggetti che fino allora ne erano rimasti esclusi. Forte della sua apparente ovvietà (chi potrebbe mai sostenere che il merito non debba essere riconosciuto?) l’ideologia meritocratica si rivelò subito la più adatta a convogliare la frustrazione e il risentimento dei molti che non si sentivano riconosciuti per il proprio presunto valore e a esprimere una diffusa richiesta di privilegi e discriminazioni sotto il segno di una riconosciuta "legittimità".

 

Una fucina di clientelismo
Il merito fu dunque messo in campo come il più democratico e "oggettivo" dei principi contrari alla spinta egualitaria di quegli anni, da una parte. E, dall’altra, come presunto antidoto a favoritismi di carattere familiare o politico. Nella realtà avrebbe invece funzionato in senso esattamente contrario, e cioè come fucina di fedeli esecutori, conformisti e opportunisti d’ogni genere. Un buon numero di rigogliose dinastie e clientele accademiche, politiche e amministrative, tutt’oggi solidissime, stanno a dimostrarlo. Ma se vogliamo esplorare le molte insidie che si celano dietro il feticcio della meritocrazia, converrà, come in molti altri casi, prender le mosse dalla sua etimologia.

Il termine mette insieme "merito" e "potere", rivendica cioè al merito il diritto di esercitare un potere. E poiché ci troviamo nel campo della produzione e trasmissione del sapere, comporta il fatto che quest’ultimo venga considerato non come un processo collettivo, ma come un ordine gerarchico. Detto in altre parole, si intende che la conoscenza non si sviluppa a partire da una cooperazione che contiene diversi talenti, gradi di competenza e capacità inventive (spesso impreviste e imprevedibili), ma costituisca invece un dispositivo di comando, un processo guidato da coloro che qualcuno ha certificato come i "migliori". La forza collettiva della cooperazione sociale viene così trasformata in un arcipelago di proprietà individuali in competizione fra loro per disporsi lungo una scala gerarchica. Al "merito" non viene concessa la libertà di esprimersi, ma la prerogativa del comando nell’ambito di una organizzazione gerarchica dei rapporti. Circostanza che tenderà, come è ampiamente dimostrato, a trasformarlo rapidamente da capacità inventiva in rendita di posizione.

Il legame tra potere e merito si rivela poi tanto più saldo e insidioso se prestiamo la dovuta attenzione alla differenza decisiva tra "talento" e "merito". Mentre il primo costituisce una qualità propria del soggetto, una sua ricchezza, una sua potenzialità, il secondo non è che un giudizio, una patente. In altre parole, è sempre qualcun altro (che dispone a sua volta di potere) a conferire e certificare il merito (e dunque un passaggio di potere). Non è un caso che non si sia mai sentito parlare di "talentocrazia". Il riconoscimento del "talento" è infatti un riconoscimento di tipo sociale, collettivo, gratuito, restio a qualsiasi investitura di carattere burocratico.

 

In nome dello status quo
La cosiddetta meritocrazia è, al contrario, un sistema di misura indeterminato (in questo assai simile ad altri termini vuoti e dunque manipolabili a piacimento del lessico politico contemporaneo come "governabilità" o "professionalità") alla totale mercé della gerarchia che lo governa. Questa gerarchia considera, oggi come ieri, la sua propria riproduzione come il più eccellente dei risultati e dunque "non meritevole", tutto ciò che da questo obiettivo tenda a discostarsi. Ciò significa che il merito è sostanzialmente un processo di adattamento, di adeguamento ai tempi, alle modalità, alle necessità, alle compatibilità economiche e comportamentali dell’ideologia della formazione e del mercato del lavoro, esentato, quest’ultimo, da ogni passaggio di valutazione e rischio di giudizio. È, insomma, un invito, che non si può declinare, alla riproduzione dell’esistente. Ogni principio critico ne resta inevitabilmente escluso e sanzionato poiché è nella natura di ogni esercizio della critica rimettere in questione le unità di misura e quindi anche la valutazione del merito. La capacità critica è appunto un talento e non un merito. Ciò spiega anche perché, dopo decenni di assillante retorica meritocratica, le gerarchie universitarie, politiche, industriali, hanno continuato a riprodursi proprio sulla base di quei rapporti di fedeltà e ossequio, politici o clanici, che la meritocrazia prometteva di sbaragliare. Il contenuto reale di questa tenace ideologia si rivela pienamente nei suoi effetti pratici. Se i movimenti studenteschi, a partire dal 1968 e fino a oggi, hanno avuto la meritocrazia tra i loro principali bersagli è perché vi hanno giustamente riconosciuto uno strumento di controllo e di conservazione, un sistema arbitrario di regole capace di reprimere ogni talento. Perché non hanno mai smesso di chiedersi: merito per chi? Merito secondo chi?