RELAZIONI STUDENTI - DOCENTI
Milano,
2009-02-15
Relazioni studenti - docenti
La relazione didattica adulti/adolescenti nelle superiori è sempre stata un punto critico di quel tipo di scuola. Non a caso gli studenti rivendicano l'autoformazione anche come forma di contestazione alla scuola così come è oggi. Che spazi ci sono per una didattica alternativa nella scuola con o senza la Gelmini? Che cambiamenti devono attuare i docenti nei metodi e nell'approccio verso gli studenti? Che spazi gli studenti hanno la possibilità di prendersi senza permessi? All'interno di questo punto può trovar spazio la riflessione sul modello didattico peggiorativo della relazione docenti/studenti che il progetto di legge Aprea suppone, con l'aziendalizzazione e la segmentazione gerarchica del corpo docente.
In una società sempre più complessa ed estremamente mutevole come quella di oggi, sottoposta a continui cambiamenti sociali e tecnologici, l’individuo avverte un futuro più incerto, come testimoniano diverse ricerche.
Oggi le famiglie sono più deboli, sole (spesso monoparentali e/o appartenenti a nuovi nuclei familiari), di recente immigrazione, tutte impegnate nel necessario lavoro “fuori casa”. La famiglia vive in una condizione di incertezza educativa; nella famiglia i ruoli sono meno ordinati e stabili rispetto al passato, quando ruoli e funzioni erano più precisi e la relazione basata sull’autorità, generalmente del padre. Oggi la famiglia è più democratica (padre e madre amicali), meno caratterizzata da logiche normative.
Le famiglie più affettive che normative esercitano logiche più di soddisfacimento dei bisogni e degli affetti e meno di quelle sociali: del dovere, del limite, della norma. Consumo e trasgressione trovano maggiore sostegno rispetto al discorso della convivenza sociale.
L’età stessa di preadolescenza e adolescenza viene percepita dalla famiglia come fattore di rischio: il crescente e sempre più incisivo potere orientativo dei mass media, degli innovativi mezzi tecnologici a disposizione e del gruppo dei pari età, elementi privi di mandato educativo ma che influenzano fortemente i ragazzi, se “accompagnati” da adulti significativi si trasformano da fattori di rischio, verso cui la famiglia si sente paurosa e impotente, in grandi opportunità distinguendone la funzione evolutiva da quella involutiva.
In questo quadro, la famiglia più o meno consapevolmente, delega, proprio all’istituzione scuola, buona parte della trasmissione dei valori sociali che sono alla base della convivenza civile, dei quali non si è “potuta” occupare a tempo pieno.
Negli ultimi anni la scuola è stata investita sempre più di problematiche che originano altrove, ma che si concretizzano sul luogo scolastico. I ragazzi portano a scuola la loro interezza e quindi anche i propri disagi. La scuola di oggi è chiamata ad un compito complesso, un ruolo di trasmissione sia di “conoscenze”, sia di acquisizione di competenze relazionali e sociali, in una fase evolutiva delicata del ragazzo, quella della personale identificazione come soggetto-individuo.
In questo quadro, diventa significativo il recupero di autorevolezza della scuola e in particolare degli insegnanti. Autorevolezza non intesa come autoritarismo fondato sul ricorso alla paura (che i giovani non riconoscono più come in passato, perché oggi educati in famiglie amicali), ma come luogo di incontro con un adulto significativo per un apprendimento fecondo. La disciplina (intesa come materia di studio) diventa il pretesto per una relazione educativa importante. Quella relazione positiva capace di motivare, di trasformare la fatica dell’esecuzione di un “compito” nel gradevole sapore del sapere, che nelle nostre scuole troppo spesso è diventato un semolino.
Il recupero di autorevolezza, di credibilità, di motivazione rende possibile poi “mettere” le regole di convivenza sociale.
Il “benessere” dello studente si gioca quindi a diversi livelli: motivazione, relazione, protagonismo studentesco, valide strategie di insegnamento/apprendimento, che tengono in considerazione l’esigenza del ragazzo di esprimere il “se”, quindi tanto più efficace quanto più i percorsi disciplinari (di studio) trovano un forte aggancio con l’esperienza quotidiana del ragazzo.
Le caratteristiche narcisistiche che contraddistinguono questi ragazzi derivano da un percorso di crescita lungo il quale sono stati sostenuti ad esprimersi piuttosto che a sacrificarsi. Per gli adolescenti di oggi non provare ad essere se stessi significa tradire i valori nei quali sono cresciuti. E’ a scuola, tuttavia, che questi ragazzi entrando a contatto con la trasmissione dei valori e delle norme sociali devono essere accompagnati a rimodulare il proprio narcisismo anche su valori di gruppo classe, su valori sociali.
Questa modalità di apprendimento che arricchisce, che mette in ordine gli apprendimenti e li “cataloga”, o la si fa a scuola o non la si fa da nessuna altra parte. L’insegnante incamera tutto ciò che gli altri hanno “depositato” sul bambino/ragazzo e fa una gerarchia degli apprendimenti. Questo è lo specifico della scuola, se lo fa diventa essenziale per la formazione del cittadino.
La velocità viene spesso spacciata come elemento di qualità del processo, si dice: non bisogna perdere tempo. L’educatore deve perdere tempo, che non è tempo sprecato. I ragazzi restano in una istituzione scuola per 13 anni perché la società ha elaborato che in quegli anni il tempo deve essere sospeso, perché l’analisi, la critica, l’attenzione richiedono tempo. I figli richiedono tempo quantitativamente e qualitativamente. Il tempo serve, è essenziale, in questo la scuola può educare un cittadino democratico, un cittadino che analizza, che valuta. Tempo per la meta-riflessione.
IDEE dagli interventi:
- La relazione è fondamentale, quando questa manca subentra la mia noia e quella dei ragazzi. A volte non trovo gli strumenti per affrontare ciò. Nessuno controlla se i programmi vengono svolti o meno.
- Non credo vada in questo senso il progetto qualità che le scuole superiori portano avanti, basato su prove per il raggiungimento della certificazione ISO 2000, la quale è necessaria per accedere ai fondi europei. Certificazione svolta da un’Agenzia esterna.
- Oggi difendiamo la scuola pubblica, ma dobbiamo chiederci come questa funziona. Va bene la relazione, ma scollegata dalle discipline ci rende deboli.
Le nuove entrate di docenti vengono formate anche alla relazione, ma nella pratica corrente risulta solo quella, avulsa dalle discipline. Questa è l’esperienza nella nostra scuola.
Non c’è formazione in itinere degli insegnanti su questa visione più globale della docenza. Dove il rapporto è solo relazione avulso dal percorso di apprendimento, non funziona, i ragazzi non mostrano interesse, anche se utilizziamo strumenti migliori, libri più democratici.
In realtà noi insegnanti, che giudichiamo i ragazzi come poco interessati a difendere la scuola pubblica, dovremmo fare un’analisi anche sul nostro coinvolgimento di insegnanti che a mio avviso non è stato sufficiente.
- Il coinvolgimento non è stato sufficiente, perché non ci si rende conto a sufficienza di quello che potrà accadere con i cambiamenti previsti dalla “riforma”. Forse è necessario viverli prima per poter reagire veramente. - Abbiamo un grosso problema di classi ad elevato numero di ragazzi, la mia classe è formata da 31 persone, a partire da una con 15 alunni in una scuola prima sperimentale. Ci sono molti casi di disagio, a scuola c’è lo psicologo, ma il numero di ragazzi è troppo elevato. Nella mia classe abbiamo ridotto il programma, con la mia collega facciamo ore di compresenza (non previste e non pagate) perché abbiamo verificato che questo tipo di attività dà buoni risultati: i ragazzi ora ottengono buoni risultati, sono disciplinati, riusciamo a fare delle uscite, visitare mostre… - Ho terminato da pochi anni la mia formazione (giovane insegnante), sono stata formata all’insegnamento delle discipline in connessione alla relazione con i ragazzi, alla trasmissione dei valori di cittadinanza, La mia valutazione di percorso formativo è positiva.
CONCLUSIONI
La relazione conclusiva del gruppo di lavoro assegna alla scuola di oggi, più che in passato, sia un ruolo fondamentale di trasmissione di saperi sia un ruolo educativo, in un momento di grandi mutamenti sociali in cui la famiglia è debole, non sufficientemente in grado di trasmettere regole sulla convivenza sociale.
Alla scuola viene richiesto un recupero di autorevolezza che se in parte esiste già, va sicuramente potenziato con forza. Contributi scritti di insegnanti anche sul sito di Retescuole, testimoniano ciò, ma questo sembra un fatto soggettivo, per nulla strutturato, c’è, ma potrebbe anche non esserci.
In conclusione, quindi, dalla relazione studente/docente emergono due punti forti, che ci fanno capire il perché la scuola pubblica non può prescindere dall’avere autorevolezza:
- il primo, perché l’autorevolezza dell’insegnante è strettamente collegata alla capacità di coinvolgere emotivamente il ragazzo, di motivare ad un apprendimento significativo, che è compito primo della scuola stessa;
- il secondo, non meno importante, è che la relazione positiva che si stabilisce permette di “dare” le regole, quelle necessarie per una convivenza sociale, di gruppo e di cittadinanza, che abbiamo visto vengono sempre più disattese dalla famiglia. Entrambi gli aspetti sono il presupposto per sottrarre forza a quanti oggi, fuori e dentro la scuola, pretendono di arginare fenomeni di disagio giovanile principalmente mediante azioni disciplinari, prevedibilmente inefficaci e preoccupanti, se utilizzate come principale metodo di intervento. Maggiore autorevolezza della scuola e non maggiore autorità gioverebbe sicuramente ai ragazzi, i quali meritano insegnanti disponibili a svolgere la loro professione, in modo sensato e qualificato. Al termine di questo lavoro, attraverso il quale siamo arrivati ad attribuire all’insegnante la necessità di essere figura autorevole, si apre tuttavia un quesito cruciale: come riuscire a far si che questo ruolo di autorevolezza dell’insegnante non resti un fatto puramente casuale e sempre più residuale nella scuola, trovando il modo per farlo diventare SISTEMA? La tendenza generale oggi sembra andare in altra direzione, una insegnante che ha partecipato ai lavori ci ha raccontano come dal basso, gratuitamente, lei e la sua collega cercano di superare quotidianamente ostacoli strutturali a tale processo. D’altra parte, non ci pare che le nuove norme sulla scuola che tagliano fondi alla scuola pubblica e altri atti normativi che potenziano sanzioni disciplinari vadano nella direzione giusta, esse infatti non affrontano e non danno risposte a questa domanda centrale. Potrebbe la risposta giusta essere la richiesta di una più incisiva formazione degli insegnanti? Di fare esperienze pratiche in contesti qualificati? Di fare programmazioni collegiali? Sarebbe ciò sufficiente? Poniamo questo quesito a tutti quelli che vogliono dare un contributo su questo tema.
Bibliografia: tra i materiali di riferimento, ci sono molti articoli pubblicati sul sito Retescuole.net, di questi alcuni sono stati selezionati e posti sul sito Forumscuole.it /rete-scuole/a-scuola, dove sono rinvenibili.
Nota: parti dei contenuti della relazione fanno riferimento ad appunti presi durante seminari/incontri di autoformazione con professionisti di area psicoterapeutica – psichiatrica - pedagogica: P. Pace, G. P. Charmet, R. Mantegazza.
Decreto "AMMAZZAPRECARI"