Noi che il panino lo riempiamo proprio con la cultura.
submitted by le lavoratrici e i lavoratori del Trebbo — 0 comment(s) —Gentile Ministro Tremonti,
leggiamo, riportata sui giornali di
qualche giorno fa, una sua battuta a chi le chiedeva conto
dell’investimento pressoché nullo che questo governo opera nella
cultura. Più o meno suonava così: «Domattina ci metto la cultura nel
panino e mi mangio quella».
Naturalmente poco dopo ha precisato che si trattava solo di una battuta.
Volendo
essere bonari, potremmo dire “Bertoldo scherzando si confessava”,
citando l’espressione cara ai nostri nonni per indicare l’infantile
strategia di rivelare un pensiero imbarazzante buttandola sul ridere.
Ma
c’è poco da stare buoni di questi tempi e la brutta abitudine di fare
battutacce come questa (o come quelle del premier sugli ebrei o sulla
Bindi), salvo poi ritrattare, altro non è che segno di vigliacca
ipocrisia, in un continuo gioco al rimpiattino dove svelate ciò che
pensate veramente - e che populisticamente sperate piaccia ai vostri
elettori – e poi smentite perché sapete di stare uscendo da quella
correttezza e decenza pubblica che invece il vostro ruolo formalmente vi
imporrebbe.
E’ comunque un bene che lei ci abbia finemente (...)
rivelato che posto ricopre la cultura nella gerarchia dei suoi valori
governativi (e probabilmente anche personali), perché almeno ci
confrontiamo in campo aperto.
Ecco allora come la pensiamo noi, molto diversamente da lei.
La
cultura è quella cosa che evita che ci prendiamo a schiaffi ogni volta
che non siamo d'accordo, che fa si che la maggioranza degli uomini non
uccida o violenti le donne pensandole oggetti, che i genitori non
gonfino i figli pensandoli loro proprietà, che ci fa raccogliere denari
per le genti vicine o lontanissime nella consapevolezza che peniamo
tutti uguali su questo mondo, che non ci fa nascondere i disabili nel
pozzo, che ci fa sperare la pace e ripudiare la guerra giusta, che
spiega al lavoratore che non è uno schiavo, al povero che non è un
ladro, al cittadino che non è solo un consumatore e altre cosucce di
questo genere.
E la cultura la fanno giornalisti, scenografi e
giornalai, poeti, assistenti sociali ed editori, attori, scrittori,
registi e archeologi, e maestri e scultori e tipografi e presidi,
musicisti e redattori, danzatori, educatori e restauratori e
conservatori museali e mille figure tecniche senza cui nulla prenderebbe
forma. Tutta gente che il proprio panino – Ministro – lo riempie molto
meno di lei, ma proprio con la cultura.
Quella che si condivide in
libri, riviste, concerti, spettacoli, film, animazioni, mostre e
soprattutto (soprattutto) attraverso la SCUOLA.
Tutta roba che
lei e i suoi colleghi – da Bondi e Gelmini in su – avvilite nel passo
quotidiano e nell’orizzonte privandoli di valore moralmente e
materialmente e divulgano l’idea che non possiedano nessuna rilevanza
politica, sociale, economica e, ovviamente, culturale.
Quando
chiunque abbia a cuore libertà e responsabilità del nostro popolo (tutti
vocaboli di cui ci si riempie la bocca solo retoricamente per cercare
di imbonire le menti) sa che si tratta di un bene non solo prezioso, ma
indispensabile.
Quando chiunque si rende anche conto che solo
un’educazione ricca di idee e di mezzi metterà i nostri bambini e
ragazzi nelle condizioni di essere lavoratori capaci e cittadini attivi
nel mondo di domani (ma forse questo fa paura).
Per non parlare dei
danari che l’Italia attrarrebbe da tutto il mondo se veramente
valorizzasse uno dei più ricchi patrimoni culturali e turistici del
pianeta.
La cultura – Ministro - è “L’ANIMA” di un Paese.
Immaginiamo
che anche questa parola pesi poco nel suo mondo così simile a un grande
porcellino provvisto di fessura sulla schiena.
Pazienza. L’Italia si doterà presto di persone migliori.
Ah!
Vorremmo anche ricordare una cosa al ministro Bondi, che pensa di
tutelare la sua dignità ministeriale affermando di non essersi
presentato al Consiglio dei Ministri che ratificava l’assenza di fondi
per il suo dicastero, con queste parole: «Non voglio andare a
mendicare». I soldi per i quali avrebbe dovuto presentarsi ginocchioni
non erano suoi, ma del comparto economico che presiede e che abbiamo
sommariamente elencato poco sopra. E che chi non potrà godere dei fondi
non sarà lui ma le migliaia di operatori – e relative famiglie - di
questo settore.
Chissà che fatica gli sarà costata rinunciare a quei denari di cui lui non ha bisogno ma noi sì!
Tuteli
allora la sua dignità mortificata, lasciando il posto a qualcuno più
capace di lui di rappresentare l’anima di questo Paese...
Milano 15 ottobre 2010
le lavoratrici e i lavoratori del Trebbo