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Marinai dell'immaginario. Come raccontano i bambini

by Marco Donati last modified 2009-04-28 22:19

A cura di Sergio Viti

Marinai dell'immaginario. Come raccontano i bambini

A cura di Sergio Viti

Editore: Manifestolibri  (collana La società narrata)
2008

Cosa hanno nella testa i piccoli scrittori di storie? Un insegnante elementare molto particolare affronta con i suoi scolari il tema della narrazione. Nei racconti dei bambini si intrecciano esperienze vissute e sognate, paure e desideri, delusioni e speranze; e attraverso la loro fantasia conoscono il reale, se ne difendono, manifestano la volontà di cambiarlo.

Per dare conto della ricchezza, dell'importanza e dei tanti significati della narrazione infantile, Sergio Viti raccoglie una sorprendente antologia di racconti dei suoi piccoli scrittori. Attraverso queste storie prende forma il desiderio di far viaggiare la fantasia e immaginare modi di vita che scartano rispetto ai binari delle norme sociali e culturali vigenti.


Introduzione
La fantasia, la capacità di mettersi nei panni altrui,
l’arte di raccontare storie e di capirle,
è questo che fa di noi degli esseri umani.

Björn Larsson “Il porto dei sogni incrociati”


“La realtà è la terraferma e la fantasia è l’immenso mare: c’è bisogno di tutti e due, perché ci può essere un mondo dove abitiamo e un altro dentro di noi dove navighiamo. Noi dobbiamo vivere in entrambi i mondi”.
Questo pensiero, espresso nel 2007 da Luigi nel corso di un dibattito svoltosi in classe quinta sul significato del narrare, rimanda al paradosso fondamentale della narrazione fantastica: l’accomiatarsi dalla realtà per favorire l’attraversamento del mondo reale. I racconti raccolti in questo volume, scritti nell’arco di circa trenta anni, sono le tracce delle esplorazioni svolte da piccoli marinai dell’immaginario abitanti in paesini ai piedi delle montagne Apuane, in terre di pianura e in terre accanto al mare. Le bambine e i bambini che scrivono storie non sono, per fortuna, rispettosi della realtà: trasfigurano, esagerano, inventano. Quando salpano per solcare l’“immenso mare”, portano con sé zolle di terra, l’altra natura dei navigatori, perché sanno di non allontanarsi per sempre e sperano di tornare a casa con nuovi nutrimenti per la terraferma che abitano. Quando restano nel “mondo dove abitiamo”, mantengono dentro frammenti di azzurro che ne alimentano la natura navigante in attesa di nuovi viaggi. I piccoli scrittori di storie hanno nella testa tante porte segrete che si aprono su mondi meravigliosi – spaventosi, gratificanti, angosciosi, rasserenanti – dove l’erba annienta il cemento e dove “sotto la sabbia c’è il mare”. Sono animali curiosi e desideranti che, mentre navigano, si interrogano con domande non scritte ma agite nelle avventure che affrontano. Anche se non lo conoscono, si rifanno ad un aforisma kafkiano: “L’astenerti da domande ti avrebbe riportato indietro, domandarti ti trascina al di là di un altro oceano”. Già in classe seconda Nicola aveva espresso questo pensiero:”… Prima dei punti esclamativi dobbiamo usare quelli interrogativi, prima di essere certi dobbiamo essere insicuri e farci delle domande”. Nel racconto fantastico le domande non dette si traducono in pensieri per immagini che hanno dentro al contempo la datità e la magia delle cose, si attraversa quello che è avendo in mente quello che vorremmo che fosse.
C’è sempre un’eco della realtà perché, come ha detto Paolo “… Se entri solo nella fantasia, dopo la mente ti si brucia e non riesci più a liberarti”. La fantasia fine a se stessa può trasformarsi in un surrogato alienante che ci fa dimentichi di noi stessi e sopprime la vita vera. Anche nei racconti più sognanti e strabilianti, non si assiste ad un puro e semplice rovesciamento del reale nell’immaginario: compare un qualche richiamo alla vita quotidiana, un accento di realismo che non soccombe di fronte al potere seduttivo del fantasma dell’immaginazione come mera fuga verso un irreale rifugio consolatorio. Esiste una “dialettica pendolare” espressa in un intervento di Dea che richiama inconsapevolmente il motivo della “doppia porta” di Bloch, intesa come porta girevole fra il sogno e la realtà. “… Sarebbe bello vivere in un mondo fra fantasia e realtà. Così, quando vuoi scacciare la guerra o altre cose brutte, puoi aprire la porta della fantasia. Poi puoi riaprire quella della realtà e sperare che qualcosa sia cambiato”.
Questo movimento di uscita/rientro, allontanamento/ritorno, è spia di ciò che manca nel vissuto e chiede un risarcimento attraverso l’oltrepassamento immaginario; ma ne avverte anche l’insufficienza, perché non riesce a celare il desiderio inappagato di trasformare il reale. Ecco, allora, il sogno di cose diverse, espressione di istanze di cambiamento legate alla vita che emergono anche nei racconti apparentemente più lontani dalla realtà: quelli che parlano di altri mondi. Ci sono pianeti dove i bambini possono discutere con i grandi e dire quello che pensano, perché la frase “Stai zitto che sei troppo piccolo!” è del tutto sconosciuta; dove non ci sono né ricchi né poveri e tutti possono vivere lavorando di meno e giocando di più; dove vengono distrutte tutte le armi, “dalla bomba atomica alla baionetta”; dove scompare l’inquinamento e la natura torna al suo splendore originario; dove al dominio della merce si sostituiscono la gratuità e il libero accesso alle risorse comunitarie; dove le persone vivono libere e diverse rispettandosi a vicenda…Grazie alla forza dell’immaginazione che si fa scrittura creativa, i bambini costruiscono un ordine di realtà altro e diverso rispetto a quello che è loro dato. Contrariamente allo stereotipo dominante, essi non sono ingenui e candidi, sono coscienti del fatto che da sola l’arte non cambia il mondo e tuttavia cercano in essa la possibilità di esprimere l’aspirazione a diverse opportunità di esistenza che, almeno in qualche misura, sperano di veder realizzate nella vita reale. Come ha detto Viola: “La fantasia del narrare è finta ma vera, perché ci aiuta a capire la realtà”. La narrazione è anche conoscenza, una via per la comprensione. La finzione per i bambini, ma vale anche per gli adulti, ci parla di cose che sappiamo non esistere ma è fondamentale perché ci aiuta a dare un senso al corso del mondo e a muoversi dentro di esso senza farsi trascinare dalla corrente. La finzione può portare a scoprire percorsi inaspettati e inesplorati che si aprono su spazi inediti dove le strade non sono a senso unico. Il bisogno di creare le finzioni, proprio di tutte le culture, non si esprime solo attraverso le grandi narrazioni orali o scritte, si manifesta fin dalla prima infanzia. Se ne sono resi conto anche le scolare e gli scolari che, nella sezione del dibattito intitolata “Narrare senza scrivere”, hanno sottolineato come loro stessi in età prescolare abbiano giocato a “far finta di…” perché, come ha detto Sebastian, “I bambini, anche se non sanno scrivere, sono già in movimento con la mente”. I giochi di identificazione immaginativa – sia che si ispirino a soggetti reali umani o animali, sia ad esseri fantastici – favoriscono il superamento dell’egocentrismo e dell’indifferenza verso gli altri, la capacità di instaurare relazioni empatiche e di avvertire se stessi come soggetti per i quali i fenomeni della vita non avvengono davanti ma accadono dentro. I piccoli si sentono viventi fra gli altri e cominciano a interpretare il mondo perché il gioco del far finta non è mai puramente imitativo, quasi sempre produce uno scarto e un altro modo di vedere le cose che è essenziale per la costruzione di una personalità capace di non adagiarsi nei modelli adattativi imposti dall’esistente.

Il bambino che narra giocando, ha in nuce inconsapevolmente la caratteristica fondamentale dell’artista che è capace di essere qualcosa di più di se stesso, di dar vita a sogni, pensieri e sentimenti diversi dai propri...