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L'indice della scuola

by CISEM — last modified 2008-04-24 07:01

Con il numero di marzo 2008 dell'"Indice dei libri del mese" esce per la seconda volta "L'indice della scuola".

Si tratta dell'inserto che "L'Indice", con cadenza trimestrale, dedica al mondo delle scuole di ogni "ordine e grado", da quelle dell'infanzia all'università. L'obiettivo di questo inserto è costituire un tramite fra il mondo della scuola e quella che può essere definita "opinione pubblica colta", alla quale da sempre "L'Indice" si rivolge.
Riprendendo l'impostazione generale della rivista, "L'Indice della scuola" propone recensioni di libri che trattano in vario modo della realtà scolastica, a cui si aggiungono interventi di riflessione sui problemi dell'istruzione in Italia e nel mondo. I due articoli che proponiamo costituiscono due esempi di questa impostazione: il primo è il resoconto di un'esperienza didattica con bambini delle scuole elementari di Franco Fichera, docente universitario di diritto tributario; il secondo è una recensione dell'ultimo libro di Daniel Pennac, in cui lo scrittore francese parla del proprio passato di studente "asino".

Giorgio Giovannetti
Coordinatore dell'Area programmazione scolastica Cisem
Centro per l’innovazione e la sperimentazione educativa Milano


L’INDICE DELLA SCUOLA

Marzo 2008

  1. Le tasse spiegate ai bambini, di Franco Fichera

    Un modello, di Gustavo Zagrebelsky

  2. Tradurre a macchina, di Franco Marenco

    Per avere radici e ali, di Fausto Marcone

    Le griglie della geografia, di Maria Fiori

  3. Scienze poco attraenti, di Fiammetta Corradi

    Giocare con la matematica, di Franco Pastrone

  4. Lloyd Jones Mister Pip, di Anna Nadotti

    Daniel Pennac Diario di scuola, di Mariolina Bertini

  5. Clotilde Pontecorvo e Lucia Marchetti (a cura di) Nuovi saperi per la scuola, di Claudia Petrucci

    Adolfo Scotto Di Luzio La scuola degli italiani, di Franco Rositi, schede di Jole Garuti e Maria Pia d’Angelo Rositi

  6. Massimiliano Bratti, Daniele Checchi e Antonio Filippin Da dove vengono le competenze degli studenti?, di Vincenzo Viola

    Fondi di biblioteca e Entro dipinta gabbia, di Rossella Sannino

  7. Con atti e con parole, di Vincenzo Viola

    Quaderno bianco, di Giorgio Giovannetti


Le tasse spiegate ai bambini

di Franco Fichera

Nel 2005 Pamela Pantano, all’epoca assessore alle Politiche di promozione dell’infanzia e della famiglia al Comune di Roma, sapendo che insegnavo diritto tributario presso la facoltà di giurisprudenza, mi propose di “spiegare le tasse ai bambini”. Io accettai l’invito e chissà perché la prima cosa che mi venne in mente fu quella di distribuire ai bambini dei cioccolatini. In effetti, la tassazione implica un sacrificio, ma per il bene collettivo.
Da qui l’idea del titolo, “Le belle tasse”, e poi delle monete di cioccolata con cui pagarle. Occorreva che ciascuno disponesse di una ricchezza. Occorreva che si costituisse un’autorità che stabilisse la tassazione, che raccogliesse quanto versato ed esplicitasse gli obiettivi da raggiungere, che spendesse in modo coerente il gettito. I bambini, circa un centinaio, di nove-dieci anni, avrebbero occupato gli scranni della austera aula Giulio Cesare del consiglio comunale di Roma: il governo sui banchi della giunta e i cittadini sui banchi dei consiglieri comunali.
La lettera che scrissi al Comune per illustrare l’iniziativa era, più o meno, del seguente tenore. Su sollecitazione della dott.ssa Pantano, lunedì 28 febbraio avrò un incontro con alcune classi di IV e V elementare per spiegare ai bambini le tasse, qualificate come “un sacrificio individuale in vista dell’interesse collettivo”. La tassazione incide sulle ricchezze dei singoli, ne preleva una parte e la destina alle spese pubbliche. Le decisioni sono prese dall’autorità politica che, per assicurare le entrate, si avvale di esattori e, per provvedere alle spese pubbliche, di amministratori. I bambini disporranno di monete che saranno loro distribuite in modo casuale e diseguale. I bambini saranno poi invitati a destinarne una parte come tassazione sulla base di un’aliquota proporzionale decisa dall’autorità politica, ad esempio del 40 per cento. A tal fine, presenteranno, su un modulo, una dichiarazione contenente l’indicazione delle proprie fortune, l’aliquota da applicare, il tributo dovuto, aggiungendo i propri dati anagrafici e la firma.
Una volta che gli esattori avranno ritirato le dichiarazioni e percepite le entrate, l’autorità politica confronterà quanto è stato complessivamente riscosso con quanto era complessivamente dovuto, evidenziando pubblicamente, se risultano, fenomeni di evasione. Per l’evasore la sanzione sarà meramente morale.
Le monete prelevate saranno raccolte nella cassa pubblica. A questo punto, l’autorità politica destinerà le somme percepite alle diverse voci di spesa: istruzione, sanità, trasporti, vigili urbani, esercito, aiuti sociali. I bambini, così, vedranno che il sacrificio individuale (la tassazione) permette la realizzazione di interessi collettivi (le spese pubbliche). E coglieranno che la modalità attraverso cui ciò si realizza è quella dell’“altruismo imposto” o del “dovere di solidarietà”. Opportunamente distinti in gruppi, i bambini riceveranno le monete, si costituiranno in autorità politica, esattori, amministratori, verseranno i tributi, decideranno come spendere il gettito, vedranno, alla fine, il risultato di quanto versato. Lo svolgimento delle diverse azioni sarà da me commentato, sicché i bambini saranno accompagnati nella comprensione di quanto accade dinanzi ai loro occhi. Ecco il resoconto della giornata idealmente rivolto a un interlocutore interessato. Oggi al Comune di Roma ho avuto l’incontro su “Le belle tasse”. I bambini sono stati per due ore estremamente attenti. Prima hanno seguito l’azione e i diversi passaggi e via via hanno formulato domande, poi quando tutto il meccanismo si era dispiegato, ognuno ha detto la sua. Per alcuni le tasse erano troppo alte; per altri troppo basse; per alcuni, poi, mal distribuite. Altri si sono chiesti perché i ricchi dovevano pagare di più quando sono tali per propri meriti. Altri hanno sostenuto che qualcosa di più doveva restare per la famiglia. Altri, poi, volevano sapere come si puniscono gli evasori (infatti erano previste entrate per 440 euro e ne sono state incassate per 410 euro e la sanzione era solo morale). Altri, ancora, volevano spendere di più per la scuola e meno per la difesa; altri proponevano nuove voci di spesa rispetto a quelle previste. Una bambina, figlia di una vigilessa del fuoco, ha esclamato: “Allora mia madre è pagata con le tasse!”. Un altro, a fronte della sanzione morale, non ha resistito e ha versato altre tre monete che aveva trattenute per sé in violazione di quanto disposto. Il governo si è ben comportato, ha discusso sull’aliquota e sulla allocazione del gettito per le diverse voci di spesa. Il capo del governo era una bambina che si esprimeva con disinvoltura e alla fine ha fatto alcuni commenti sulle tasse giuste e sulle spese, traendo le fila di quanto era stato detto. Poi è stato sollevato qualche sospetto sugli esattori, i quali si sono alzati e hanno vuotato le tasche, come per dire non abbiamo monete. Alla fine c’erano ancora molte mani alzate. Ma si doveva chiudere. I bambini sembravano stregati. Indubbiamente ha giocato lo strano meccanismo messo su, che prevedeva di essere partecipi dell’azione e poi di commentarla.
Questo doppio livello deve averli attratti. Le cose sono state presentate loro come un gioco, con la promessa che si sarebbero divertiti, e invece l’hanno presa sul serio, come se fossero impegnati a capire e poi capissero effettivamente.
Ci deve essere nell’idea del “sacrificio individuale per l’interesse collettivo” qualcosa di elementare e allo stesso tempo di profondo che rende il congegno della tassazione, una volta reso evidente, comprensibile e, poi, immediatamente oggetto di differenti opinioni. Alla fine, sono risultate le diverse posizioni: più tasse, meno tasse, tasse per questa spesa e non per quella, colpire gli evasori e come. E tutti avevano qualcosa da dire, quasi nel senso che stando al governo avrebbero fatto diversamente.
Certo, la situazione era peculiare perché le decisioni non sono state democratiche: seppure in modo casuale, ho scelto io il governo, la tassazione, le destinazioni di spesa. Ma ormai erano pronti a far da soli. Ecco, la prossima lezione potrebbe essere sulla democrazia cioè su come eleggere un governo che sia vicino alle proprie idee, che faccia pagare le tasse in un certo modo e spenda poi sulla base di programmi condivisi.
Ma come passare dall’esposizione di singole posizioni a programmi e schieramenti alternativi? Ci siamo fermati prima, erano ormai le 12.15. Una giornalista mi ha chiesto se si trattava di “educazione civica”, nel senso che si insegnasse ai bambini che le tasse si devono pagare. La mia risposta è stata che non tanto di questo si trattava, quanto di svelare il meccanismo; poi se pagare o meno, se pagare molto o poco, i bambini quasi lo avevano bene in mente già prima e, comunque, lo decidevano da sé. L’iniziativa offre un “testo” da cui trarre o ricostruire i significati, di cui i bambini hanno avuto esperienza diretta, di un lessico giuridico e politico che, a partire dalla tassazione, è in grado di dar conto di nozioni quali: diritti e doveri, democrazia, stato, giustizia, ordinamento giuridico, legge, sanzione, governo, partiti, spesa pubblica, pluralismo.

DIARIO DI SCUOLA

Daniel Pennac
ed. orig. 2007, trad. dal francese di Yasmina Melaouah,
pp. 256, € 16, Feltrinelli, Milano 2008.

di Mariolina Bertini

Chagrin d’école, titolo originale di questo Diario che non è affatto un diario, è un’espressione coniata ricalcandone un’altra: chagrin d’amour, mal d’amore. Nel titolo scelto da Pennac è implicita un’osservazione inconfutabile: se allo chagrin d’amour sono state consacrate analisi d’ogni sorta, da Catullo a Marco Ferradini (“Prendi una donna,trattala male…”), da Shakespeare alla piccola posta di Natalia Aspesi, al “mal di scuola”, che trasforma la vita di tanti ragazzini in un inferno quotidiano di bugie, punizioni e malumori, è sempre stata dedicata poca attenzione, quasi si trattasse di un problema tecnico da delegare all’autorità competente di pedagogisti e psicologi.

Ma se pedagogisti e psicologi possono offrire spiegazioni generali di indubbia utilità, il caso singolo nelle cui vesti il problema si presenta di volta in volta è un ragazzino in carne e ossa; e chi deve fare i conti con il suo sguardo sfuggente o disperato, con la sua impermeabilità al sapere, con il suo vittimismo sempre pronto a rovesciarsi in aggressività sono i genitori, già messi a dura prova da altre emergenze lavorative o familiari, e gli insegnanti, spesso schiacciati da un senso pesante d’impreparazione. Il grande merito di questo saggio di Pennac è quello di descrivere con estrema lucidità l’immensa sofferenza in cui sprofonda, giorno dopo giorno, lo studente arroccato nella consapevolezza della propria incapacità e al tempo stesso paralizzato dal terrore dello sguardo altrui che lo inchioda, valutandolo, al suo ruolo di ultimo della classe, di ritardatario cronico, di rifiuto umano. Per questo tipo di studente, in italiano tradizionalmente assimilato al somaro, il francese utilizza una metafora forse più efficace: è un cancre, un granchio, che né la persuasione né le minacce riescono a stanare dal guscio della sua “cattiva volontà”.

Se Pennac sa raccontare così bene “la solitudine e la vergogna” di questo “ragazzo che non capisce, perso in un mondo in cui gli altri capiscono”, è perché ha lui stesso un passato di cancre: le pagine in cui lo rievoca sono forse le più riuscite del libro. Raccontano il dolore di un fallimento che nemmeno i suoi successi di romanziere hanno potuto cancellare completamente: come lo chagrin d’amour di cui parla un’antica canzone, anche lo chagrin d’école “dure toute la vie”, è una cicatrice destinata a segnare per sempre quello studente dell’ultimo banco che per anni si è sentito ripetere dagli insegnanti esasperati la frase di rito sull’ultima spiaggia del sapere rifiutato: “Ma allora lo fai apposta!”. Quando però, com’è accaduto a Daniel Pennac, il cancre, convertito allo studio da qualche insegnante più ostinato degli altri, sceglie a sua volta la carriera dell’insegnamento, le sue sofferenze passate svelano la propria utilità: meglio di chiunque altro, ricordandole, potrà aiutare i suoi studenti dell’ultimo banco, ripescarli con la forza dell’amore dalle sabbie mobili del fallimento. Anche i più afasici, sfottenti e rancorosi bulletti di periferia ai suoi occhi non saranno mai, come agli occhi del presidente Sarkozy, “feccia”, ma ostaggi inermi di una sofferenza da decifrare e da combattere strenuamente.