OPINIONI
Milano,
2010-12-13
L’esorcismo meritocratico
Se qualsiasi criterio va bene significa che l’obiettivo di una politica meritocratica non è la valutazione, ma creare differenze.
Che le parole abbiano un significato è cosa alquanto dubbia, ma se ne
può discutere: all’infinito. Che le parole siano suoni che vengono
emessi dagli esseri umani e usati in un certo modo per fare od ottenere
qualcosa è cosa che può darsi per pacifica. Per parlare della parola
‘meritocrazia’ forse è utile partire proprio da qui.
Se indico
una mela rossa ad un extraterrestre che non conosce i significati di
‘rosso’ e di ‘mela’ e la mia intenzione è quella di fargli capire il
significato di ‘mela’ lui potrà sempre pensare che gli indico il
‘rosso’. La cosa non si risolverebbe neanche se gli indicassi per cento
volte mele di colore diverso, perché potrà sempre pensare che con
quello stesso gesto sto indicando il picciuolo o qualcos’altro o nel
caso più assurdo – ma possibile – che il nome ‘mela’ indichi proprio il
gesto dell’indicare. Questo nel caso più semplice, non oso pensare cosa
possa venir fuori con la parola ‘meritocrazia’.
Quando si parla
di scuola sembra che basti parlare di meritocrazia per mettere tutti
d’accordo e far dondolare tante teste vuote in senso di approvazione,
ma spesso si ha la sensazione che non si sappia di cosa si stia
parlando e che quando qualcuno sventola questa parola da un qualsiasi
pulpito è come se stesse indicando qualcosa e tutti, al posto di
guardare in un certa direzione, si concentrino affascinati e
compiaciuti sul dito che indica.
Come tutte le parole usate ed
abusate nel linguaggio politico, ‘meritocrazia’ viene lanciata come un
oggetto sonoro nel dibattito pubblico per ottenere consensi, a volte
urlata con grande clamore, come se dietro di essa si celasse un
significato dorato, stabile, fisso, qualcosa che solo per il fatto di
essere nominato abbia la fantomatica capacità di risolvere tutti i
problemi. Ma questo non è il ruolo delle antiche e delle sempre
contemporanee divinità che basta nominare per poter risolvere, mediante
un rito o un esorcismo, un problema?
Nume: divinità della
religione e della mitologia classica, numen, da nuere ‘far cenno col
capo, annuire’ poi ‘volontà divina operante: divinità’. Appunto: ‘far
cenno con il capo, annuire’, quando si parla di meritocrazia non fanno
solitamente – da destra a centrosinistra – tutti cenno con il capo? Ma
è un rito, un esorcismo. Del resto che ogni parola non sia altro che
una divinità decaduta lo sappiamo da tempo, dietro ogni parola non c’è
un significato, ma un rito, un esorcismo, un richiamo a qualcosa.
Ma
cosa diavolo ci sta dietro a questa benedetta parola, su cui sembrano
tutti d’accordo come incantati da una divinità e contro la quale
soltanto alcuni sparuti gruppi sembrano gesticolare la loro
disapprovazione venendo guardati dal resto della popolazione come dei
retrogradi o degli eretici?
Rito, esorcismo, mitologia: potere.
Un interrogativo mai risolto e irrisolvibile dell’antropologia riguarda
il fatto se lo stregone o il sacerdote ‘ci fa o ci è’: se crede
veramente ai suoi poteri o se fa finta per mantenere una posizione di
potere. E questa è la natura di qualsiasi potere; così è per il nostro
Ministro dell’Istruzione, non tanto per suo merito personale, quanto
per la funzione che occupa, suo malgrado: se crede veramente nei poteri
fantomatici e taumaturgici della ‘meritocrazia’ - qualsiasi cosa possa
significare nella sua testa - oppure se sia convinta che la parola sia
soltanto un paravento per mascherare un grumo ben solido e chiaro di
interessi. Insomma: ideologia pura, e la più bieca. Sospendiamo il
giudizio, ma interroghiamoci: quali problemi dovrebbe risolvere questo
esorcismo meritocratico?
Si vuole una scuola migliore di quella
che abbiamo. Tutti sembrano essere d’accordo. Ma ‘migliore’ è un’altra
di quelle parole infide che vengono usate in modo equivoco e se ad essa
non viene associato un qualsiasi criterio di valutazione per stabilire
come e quando qualcosa sia ‘migliore’ di un’altra, rimane una parola
vuota. Un’altra bella parola che serve solo per strappare qualche
applauso.
Qualità, migliore, merito. Sono tutte parole che
rimandano ad un'unica questione, ad un’unica grande parola che tiene
insieme l’intero discorso e che è la croce di qualsiasi politica
pedagogica: valutazione. Per esprimere un giudizio devo avere un
criterio di valutazione. Ora, se parlo di merito e di qualità senza
indicare un criterio, o non so cosa sto dicendo o sto bluffando.
Quando
non si sa cosa fare si fanno esorcismi, ossia si parla d’altro per
esorcizzare la propria incapacità, si invoca un dio per risolvere un
problema. Si ha l’esigenza di valutare il lavoro che viene fatto a
scuola, ma non si sa come fare, e allora si invoca la ‘meritocrazia’.
Perché non si ha la più pallida idea di cos’è una scuola, cosa
significa ‘fare scuola’.
Il problema fondamentale delle
attuali politiche meritocratiche di Brunetta e Gelmini è che dai loro
discorsi si ha la netta impressione che basti inserire un qualunque
criterio di valutazione per risolvere un problema. Il problema della
‘meritocrazia’ non sta solo nella sua radice profondamente
antidemocratica ma nel fatto che per il solo fatto di imporsi come
unica soluzione annulla qualsiasi riflessione sul concetto di
valutazione: per una cultura del merito qualsiasi criterio, anche il
più arbitrario, va bene. Qualsiasi.
Il problema quindi, ancor
prima di investire una riflessione sulla relazione tra cultura
meritocratica e cultura democratica, è pedagogico in senso eminente: il
dominio meritocratico è la negazione di qualsiasi cultura della
valutazione intesa come momento intrinseco al processo pedagogico. Se
qualsiasi criterio va bene significa che l’obiettivo di una politica
meritocratica non è la valutazione come momento inscindibile e
costitutivo del processo ma quello di creare in modo del tutto
indifferente dalla materia che si sta trattando – che sia la scuola o
la pubblica amministrazione - delle differenze.
L’obiettivo è quello di esercitare, mantenere, rafforzare un potere: creando una gerarchia.
Questo
lo si può fare per smunta ideologia, per semplice incapacità o per
bieca ignoranza. I provvedimenti di Brunetta e Gelmini per istillare
nel corpo (dei) docenti il bacillo della meritocrazia sembrano essere
proprio il risultato di un miscuglio di vari elementi: una fede
dirigista, verticista e aziendalista come metodo universale di
risoluzione dei problemi rivestita da una vaga ideologia
antisessantottina, una manifesta incapacità a comprendere quali siano i
reali problemi di una scuola del terzo millennio, una profonda
inadeguatezza a capire lo sfondo culturale di crisi dei saperi
dell’Occidente come orizzonte di senso a partire dal quale è possibile
parlare di ‘crisi della scuola’ senza cadere nella solita deprecatio
temporis, una malcelata volontà punitiva nei confronti degli insegnanti
– tipica manifestazione rancorosa di ogni potere di fronte a ciò che
non capisce e non può capire-, una ridicola ma altrettanto pericolosa
ed eversiva politica di classe. Della scuola italiana, letteralmente e
fascistissimamente, se ne fregano.
Davanti a qualcosa che non
conoscono, che non hanno mai conosciuto e non vogliono sforzarsi di
conoscere, non sanno fare altro che formulare un esorcismo
meritocratico: ‘La scuola? Non importa cosa si fa a scuola, cosa si
impara, se ci si va con piacere, se si formano dei cittadini
consapevoli e con senso critico. Per fare funzionare una scuola abbiamo
bisogno di un criterio, qualsiasi va bene, per premiare il merito.
Importano solo i risultati. Come facciamo a stabilire i risultati? Ci
sono dei test sul mercato? Qualche accademico ha prodotto dei test? Sì,
bene, ci fidiamo, un criterio vale l’altro. Sono oggettivi? Certo: sono
dei test. Come si chiamano? Invalsi. Bene, mi piace, chi garantisce?
L’Istituto della Valutazione. Ma sono veramente oggettivi, nel senso di
quantitativi? Misurano veramente cosa diavolo c’è nelle teste dei
nostri ragazzi? Mah, Ministro non è possibile misurare, se mi è
permesso …..nel processo educativo parole come ‘oggettività’,
‘quantitativo’, ‘misurare’ non hanno molto senso…. Ma che dice! Stia
zitto stiamo facendo un esorcismo e Lei mi interrompe parlando del
processo educativo!
Va bene così, misurare, misurare, Invalsi,
suona bene: abbiamo un criterio per premiare il merito, ora le cose
possono funzionare. Andiamo avanti con l’esorcismo. Le scuole con i
migliori test Invalsi avranno più soldi dallo stato. Quanto ai
professori chi meglio del dirigente e dello staff può decidere delle
loro prestazioni? Dividiamoli in tre scaglioni. Ma perché proprio tre?
Non importa, un numero vale l’altro, il tre è quello che di solito si
usa di più e sembrerà un qualcosa di naturale, suona bene. Ai primi gli
diamo un bel premio, ai secondi nulla e ai terzi se continuano a
rimanere in fondo li licenziamo. Viva il merito, viva la riforma della
scuola’.
La scuola ha un mandato costituzionale