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Merito: documento dell' I.C. "Plinio il Vecchio" di Bacoli

by barbara pianta lopis last modified 2011-02-04 10:10

mozione approvata all'unanimità.

Il Collegio dei docenti dell’ I.C.”Plinio il Vecchio”, riunito il 02/02/2011

                                           

                                                    DELIBERA

 

di non aderire alla Proposta di progetto sperimentale per premiare gli insegnanti che si distinguono per un generale apprezzamento all’interno di una scuola”, per i motivi di seguito esposti.

 

-Competizioni premiali applicate alla scuola penalizzerebbero i risultati globali, invece di migliorarli.

La competizione all’interno del corpo docente costituisce un paradosso, diseducativo nel contesto scolastico. L’ esempio formativo che deve essere dato è quello di una comunità educante il più possibile armonica e cooperante, in cui le diversità costituiscono ulteriore ricchezza e complementarietà, e non fonte di competizione, così come richiediamo ai nostri alunni.

Persino a livello aziendale, competizioni individuali di tipo premiale non sortiscono effetti positivi, quando applicate ad un lavoro di team.

L’insegnante che vedesse riconosciuto a livello premiale-remunerativo il proprio operato come “buona pratica”, innovativa o tradizionale che sia, non socializzerebbe più le proprie tecniche ed i propri materiali di lavoro.

La scuola della competizione, non quella della cooperazione, per alunni, insegnanti e famiglie.

 

- Stabilire a priori una qualsiasi percentuale di insegnanti da “premiare” è arbitrario.

Qualsiasi percentuale, minima o massima che sia, è discriminatoria. Se si dimostrasse che tutti gli insegnanti sono “bravi”, in base a cosa si stilerebbe una graduatoria ?

E se nessuno risultasse “bravo”, verrebbero comunque “premiati” i mediocri ?

 

-La valutazione proposta non poggia su nessun parametro oggettivo.

Non è stato chiarito cosa si andrebbe a valutare del “curriculum vitae” dell’insegnante:il numero di corsi d’aggiornamento frequentati, o la loro effettiva ricaduta sulla reale attività didattica? Secondo questo “criterio”, verrebbe comunque mortificato l’ autoaggiornamento effettuato dai docenti, svolto sia per passione, che per necessità, vista la continua evoluzione del mondo attuale.

-Se si prendessero in considerazione le partecipazioni a progetti, un insegnante che, per scelta o necessità proprie, non abbia nel suo carniere tali partecipazioni, dovrebbe essere penalizzato, indipendentemente dalla reale efficacia dell’azione didattica.

-Su quali parametri si andrebbero a valutare esperienze extrascolastiche, spesso estremamente formative ?

 

-Il “gradimento” da parte di alunni e famiglie costituisce  un parametro per nulla oggettivo.

Questo “criterio” distrugge il carattere libero della comunica educante, i cui membri troveranno più conveniente assumere atteggiamenti sempre più “compiacenti” rispetto ad altri colleghi e colleghe, quali attribuire voti più alti, assegnare meno compiti, essere “meno severi”, in modo del tutto slegato dalle effettive necessità educative e didattiche.

 

 

-La formazione di una commissione “giudicante”, composta essenzialmente da dirigente e due insegnanti, potrebbe portare di fatto allo sviluppo di gerarchizzazioni, conflittualità e discrezionalità, senza comunque offrire negli anni e nelle varie scuole garanzia di obiettività.

Come potrebbe un insegnante di una certa disciplina “giudicare” con cognizione di causa i colleghi e le colleghe di altre discipline ?

-Si potrebbe anche giungere alla formazione di “correnti” all’interno del corpo docente, che, per favorire il proprio interesse personale, cercherebbero di indirizzare la scelta dei nominativi dei due docenti da affiancare al Dirigente in un’operazione così delicata. Quindi, ed a maggior ragione, si svilupperebbero facilmente erronei e parziali parametri di giudizio meritocratico, rompendo contemporaneamente l’armonia collegiale, a discapito dell’attività didattica.

 

 

Il progetto in questione, abbinato a quello di valutazione delle scuole sulla base di test, proposto in altre tre province, confonde il concetto di valutazione con quello di premialità aziendale ed indirizza l’istruzione italiana verso fallimentari modelli di tipo anglosassone,.

In entrambi i progetti viene evidenziata la volontà di introdurre nel futuro, a livello nazionale, meccanismi di “classifica” per tutti i singoli docenti e per le scuole, non rafforzando gli eventuali punti di debolezza, bensì “premiando” supposti punti “forti”. I risultati riscontrati in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, dove da anni si applicano tali modelli, evidenziano che non c’ è stato nessun miglioramento degli apprendimenti, che i livelli di violenza giovanile nelle scuole e fuori dalle scuole si sono incrementati e che l’intera didattica si è dovuta a forza piegare ad una logica di mero “addestramento” allo svolgimento meccanico di test, frustrando lo sviluppo di reali ed armoniche competenze globali. Non comprendiamo perché si intenda perseguire proprio tali fallimentari modelli, peraltro criticati anche da esponenti dello stesso Comitato tecnico-scientifico ministeriale, preposto alla stesura delle proposte in questione.

 

Per quanto esposto, l’intero processo di autovalutazione a livello concreto e coerente sarebbe inibito nel suo sviluppo, non migliorato ed incrementato, adeguando la scuola al valore morale dell’ “apparire”, più che a quello dell’ “essere”, portandola quindi a rinunciare alla sua etica primaria ed essenziale e venendo quindi meno agli stessi obiettivi dichiarati nella proposta di sperimentazione.

 

E’ paradossale che i fondi stanziati per tali sperimentazioni provengano dagli ingenti tagli ancora effettuati sull’istruzione.

Come in tutte le altre scuole, viviamo ogni giorno gli indicibili disagi derivanti da questi tagli: manca materiale, mancano risorse, aumenta il numero di alunni per classe, le scuole sono costrette a richiedere contributi volontari alle famiglie, venendo meno al dettato costituzionale della gratuità. In questa situazione, risulta perfino offensiva la proposta di “premiare” un ristretto numero di docenti, all’interno di un ristretto numero di scuole, selezionate in un esiguo numero di province.

 

Approvata all'unanimità.