RIFLESSIONI EDUCATIVE
,
2009-01-27
Valutare nel terzo millennio
Altro che i voti!
Prendiamo un bimbo/a all’inizio della sua carriera scolastica negli anni duemila.
Come valutare il suo operato?
Il/la
docente responsabile prima riflette sull’ambiente in cui vive
l’alunno/a, sulla società che lo/la circonda, sulla scuola in cui si
opera, sugli strumenti che si hanno a disposizione per insegnare
efficacemente.
Poi si domanda se lui/lei stesso è in grado di
insegnare nella situazione e con le persone sempre diverse che si trova
dinanzi, si aggiorna sulle modalità didattiche e metodologiche che
ritiene possano portare a un innalzamento dei risultati di tutti/e, non
di pochi.
Sa che le persone sono costantemente in “movimento”
interiore nel luogo del “dialogo” che il bimbo/a e se stesso/a sono in
grado di costruire con gli altri, tra pari e con gli adulti di
riferimento.
Si accorge di ogni “domanda” in ogni attimo della
giornata di lezione, si accorge dei gesti, degli sguardi, delle battute
d’arresto, degli errori e delle riprese.
Si chiede quali strade abbiano portato all’errore e quali ai successi.
Fa
socializzare ai bimbi, per mezzo della conversazione pedagogica, le
strade più economiche che hanno portato a risultati positivi e quelle
che hanno condotto all’errore. Soprattutto l’insegnante evita
accuratamente di scrivere su quaderni, fogli, disegni…giudizi come
“bravo”, “bravissimo”, ecc.
I bambini e le bambine, se guidati con
costanza a un apprendimento per l’apprendimento, non si pongono neanche
più il problema di quanto siano stati bravi, ma vogliono semplicemente
capire dalla conversazione il perché di un risultato che non
corrisponde alle loro e alle nostre attese. Desiderano correggersi e
capire. Quando comprendono, si illuminano di una luce rara, duratura,
si sentono forti e pronti a proseguire.
L’insegnante che vuole
lasciare il segno più efficace spende tutto il tempo di cui ha
necessità la classe per accettare le discussioni che hanno valore
pedagogico e educativo, non si allarma mai se “il programma non va
avanti”.
L’unico programma che conta è quello che crea un clima
proficuo per la circolazione degli apprendimenti e dello scambio nella
ricerca. La ricaduta sul programma “ministeriale” sarà poi eccezionale.
L’insegnante
che vuole apprendimenti interiorizzati, fa ricerca lui/lei, lascia fare
ricerca ai bimbi, anche per prove ed errori.
Si segna
costantemente i progressi e le regressioni, si scrive su un taccuino le
proprie riflessioni su ciò che lui/lei stesso crede siano i propri
punti deboli e di forza, modifica le strategie di attacco alle
difficoltà, non insiste sulle vie che lo hanno portato all’insuccesso
nell’insegnamento, anche se ritiene di aver tentato il tutto per tutto.
Non è mai così. Soffre parecchio, ma poi si riprende perché analizza le
questioni da altri punti di vista, anche quelli degli alunni, delle
alunne e delle loro famiglie.
Ricorda in ogni istante che la
valutazione è un atto dovuto di grande impatto, sia emotivo sia
razionale e pragmatico, perciò non dà né voti, né giudizi sintetici
perché sa che sono estremamente riduttivi del percorso che ha
analizzato nei quadrimestri di vita e di scuola dei bimbi. Soprattutto
di vita. Sa anche che apponendo voti o definizioni sintetiche
scatterebbe l’unico meccanismo possibile nelle situazioni che prevedono
differenze di giudizio, e cioè l’attenzione delle persona imparante sul
“voto” e non sull’apprendere in sé e “per sé”
E’ “comprensivo/a”
con gli alunni e le alunne perché ha imparato a analizzare prima se
stesso/a e a capire che gli errori di valutazione li compie soprattutto
su di sé quando si mortifica e si dà del cretino in tutti quei momenti
in cui non ce la fa a insegnare come vorrebbe, invece di lavorare sul
proprio vissuto di insegnante e di crescita culturale in campo
educativo.
Sa per esperienza di studio che la valutazione è un
campo su cui si sono scritti e tentati mille modi più o meno esplorati
e ricercati, ma che nessuno di essi ha portato all’annullamento di
comportamenti asociali o di avversione allo studio, perciò si
predispone a un’etica del valutare “comprensiva” dell’umanità e delle
competenze di base e in evoluzione degli alunni e delle alunne.
Il
valutatore insegnante può tentare di cambiare strada anche rispetto
alle scelte di valutazione del legislatore, se queste non prevedono
attenzione alle persone imparanti. Se ne trova una o più che rendono la
classe e gli alunni e le alunne forti, pronti ad autocorreggersi,
sereni nell’atto di apprendere, felici di condividere gioie e dolori
nell’atto della conoscenza è un insegnante insegnante. Se poi le
famiglie lo/la seguono, cambiano esse stesse modalità nel sistema dei
premi e delle punizioni e dei giudizi anche in casa, se si aprono ad
abbracciare i figli e le figlie per come sono, molto più facilmente ne
avranno un ritorno positivo a 360 gradi.
La legge sull’autonomia
ci dà l’opportunità di fare innovazione, leggiamola attentamente.
Proponiamo nuove strade, ricerchiamone altre che prevedano il successo
anche degli ultimi e degli stanchi di apprendere. L’apprendimento è una
gioia per tutti/e soprattutto se non passa necessariamente sotto le
forche caudine delle prove continue e individuali, dei voti, dei
giudizi sintetici. Diviene una gioia per i timidi, per gli introversi,
per gli ipercinetici, per i burloni, per i cosiddetti bulli (che chissà
perché lo sono diventati!!!), per gli ansiosi, per i lenti e per i
“missili” che possono immettere un po’ di carburante nei motori altrui
e al contempo ricevere qualche stoppata di riflessione e revisione al
proprio.
Nelle situazioni di degrado totale, gli alunni e le
alunne possono farsi comunità che dalla e nella sofferenza “prendono”
la vita e la “danno” con i/le loro maestri/e che li spronano ad
acquisire certificazioni utili per l’esistenza! (E qui si apre il
discorso delle sovvenzioni economiche statali alle esperienze più
qualificate che stanno venendo a mancare sempre più, altro che voti!!!).
Ci
sono tante sperimentazioni in atto, anche se ancora poche e sporadiche,
diamo a queste tutta la forza di cui hanno bisogno. Proviamo insieme a
verificare che un altro modo e soprattutto un altro mondo è possibile.
Facciamolo vedere. Mostriamolo in tutta la sua potenza unificatrice.
Facciamo amare la scuola attraverso la condivisione del momento
dialogico. Che cosa ci costa? Credo che più che altro ne avremmo
benefici sia a livello locale di singolo istituto, sia nazionale
nell’affrontare la dispersione.
Un 4 o un 5 sugli elaborati e
sui documenti ufficiali distruggono anche il migliore degli
insegnamenti, ovviamente non sempre nel caso di situazioni familiari
protette e consapevoli, bensì proprio per quelle a rischio, per i
ragazzi e le ragazze più fragili.
Neppure le scuole superiori
dovrebbero tirarsi indietro dallo sperimentare e applicare nuove
terapie valutative: esse cambiano il mondo!
Altro che i voti!
il significato delle parole ORIG