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Sulle passioni tristi degli insegnanti italiani

by Stefania Fabris — last modified 2008-07-06 18:02

Usiamo l'OM92 per ritrovarci e ritrovare la voglia

Tra i diversi interventi più recenti sul tema vorrei discutere quello del collega Marco Magni: “I CORSI DI RECUPERO E LA SCUOLA DELLE PASSIONI TRISTI”

Il collega lamenta innanzitutto la qualità aberrante del “sapere pedagogico” di cui fruisce quotidianamente. Condivido pienamente il giudizio anche se faccio notare che chi purtroppo si lancia in sentenze pseudopedagogiche, soprattutto attraverso le testate giornalistiche, non ha alcuna formazione pedagogica e spesso non è nemmeno un insegnante. Nel nostro Paese c’è un’arretratezza culturale in questo settore che è sconsolante. Si alimentano pregiudizi, stereotipi culturali sulla scuola e sull’educazione senza alcun ritegno verso la ricerca scientifica del settore e senza alcun rispetto verso le nuove generazioni che da tale situazione possono trarre soltanto danni. Purtroppo chi insegna/educa bene non parla, è vero, o comunque non lo fa attraverso le tribune giornalistiche…ma questo in parte dipende anche dal fatto che ha poco, pochissimo coraggio e soprattutto sempre meno consapevolezza. Marco Magni, insegnante di liceo, ipotizza una scissione tra teoria cattiva e prassi buona e timidamente accenna al fatto che la scuola è fatta “pur sempre di relazioni tra esseri umani”, affermazione con la quale evidenzia proprio i limiti di formazione pedagogica che lui stesso denuncia. Non voglio impelagarmi in un discorso fumoso, ma insomma in sintesi:

  1. Se scissione c’è tra teoria e prassi educativa essa deriva da ultimo dal malcostume delle università e della ricerca pedagogica che hanno abbandonato lo strumento metodologico fondamentale della ricerca-azione conquistato saldamente tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Negli ultimi anni il monopolio da parte degli universitari della formazione dei docenti ha prodotto un effetto paradossale di allontanamento dalla scuola dovuto soprattutto al venire meno dell’aggiornamento in servizio da parte dei docenti, imbolsiti dalle logiche sindacali più deteriori e frastornati dalle “riforme”, e, a mio avviso, dalla sparizione della figura dell’ispettore tecnico ridotto ad impiegato degli ex-provveditorati. Nella scuola superiore si è prodotto un corto circuito tra fine della stagione della sperimentazione ed esigenze crescenti di riforma. Gli insegnanti hanno abbandonato la ricerca di cui invece si erano impossessati a partire dagli anni ’70 e si sono lasciati deprivare di tutti quei vitali contesti di gruppo in cui avevano maturato consapevolezza e professionalità.
  2. La scissione teoria/prassi inoltre non mi sembra sovrapponibile a cattivo/buono né in assoluto né relativamente ai ragazzi. Ci sono molti buoni studi, pochissimo divulgati, e pessime prassi pietosamente coperte da sentimenti corporativistici…noi che nella scuola ci siamo, purtroppo lo sappiamo. Rispetto poi alle nuove generazioni io sono convinta che spirino venti prevalentemente cattivi perché la nostra, in questo momento, è una società attraversata da riserve, egoismi, mancanza di slanci, di passioni, di progetti, di fiducia e anche di capacità di critica vera. Una società contraria ai giovani in tutte le sue manifestazioni, negatrice dei loro spazi ad eccezione dello spazio immenso riservato al consumo.
  3. Sulla relazione ricordo a Marco Magni, che insegna Filosofia, che persino le riflessioni più antiche agli albori della nostra civiltà hanno sempre individuato nella relazione il medium imprescindibile dell’insegnamento/apprendimento. E’ l’amore la ruota che fa girare il mondo, non si dà alcun cambiamento, alcun apprendimento, alcuna crescita al di fuori di una relazione significativa. Naturalmente oltre alla relazione maestro/allievo, quella maestro/classe, tra allievi, con le famiglie, tra le famiglie e tra gli insegnanti. La bontà del clima relazionale, oggetto di cure speciali e attente da parte dei professionisti cioè degli insegnanti, contenuti emotivamente dal gruppo dei pari/colleghi, è conditio sine qua non di una buona scuola. Questo è stato ampiamente sostenuto da Platone in avanti, verificato scientificamente dagli inizi del ‘900 in avanti, questa è l’unico contesto di prassi che funziona. Il problema dunque non è rivendicare che “siamo pur sempre esseri umani…”, ma salvaguardare la scuola da tutti quegli elementi di disumanizzazione e di mercificazione che hanno alienato ed eroso le relazioni all’interno della scuola. Non sto parlando di un’isola felice libera dai conflitti, anzi, ma di tener duro/di ricondurre le stesse importantissime conflittualità alla relazione, dentro la relazione.


La rete, i nuovi media, ci consentono come insegnanti di comunicare a distanza e di avere/dare numerose informazioni anche tra colleghi. Ottimo, certamente, ma proprio come succede ai nostri allievi adolescenti che s’innamorano in chat, rischiamo di illuderci sul fatto di intrattenere relazioni a distanza che in realtà sono solo fantasmi o, al massimo, promesse di un possibile rapporto che però probabilmente non si produrrà mai. Per poter accogliere o rifiutare, ma davvero motivatamente, l’OM92, piuttosto che l’innalzamento dell’obbligo, avremmo dovuto vederci di persona, faccia a faccia, per tante ore, dentro le nostre scuole, presso quelli che un tempo erano i centri per l’aggiornamento dei docenti capillarmente vissuti su tutto il territorio nazionale, magari a Roma rappresentati da delegazioni regionali. Non so quanti anni abbia Marco Magni, ma io che ne ho 46 e ho avuto la fortuna di iniziare ad insegnare da giovane, ricordo molto bene la stagione del progetto Brocca di riforma della scuola superiore: universitari, ricercatori, insegnanti, presidi, suore, l’immancabile Ispettrice, tutti intorno ad un tavolo a discutere, a confrontarsi. Nella realtà poi sappiamo che il progetto Brocca ha avuto molti limiti derivanti soprattutto dal fatto che si è smesso di incontrarsi, di sperimentare, di appassionarsi. Ma là noi più giovani abbiamo imparato tantissimo… nel gruppo, di pomeriggio, fuori dall’orario di servizio, perché ne avevamo voglia. Sto parlando di una quindicina d’anni fa, non di un secolo. I problemi della società di oggi c’erano già tutti, ma non avevamo ancora la connessione internet e dovevamo incontrarci prendendo l’autobus. Personalmente non avevo dubbi sul fatto di essere un’insegnante della scuola pubblica e soprattutto riuscivo a condividere un linguaggio, perché incontrandomi fisicamente con altre persone riuscivo a comunicare. Oggi leggo sconvolta l’ultima circolare della mia dirigente che ci convoca finalmente per uno straccio di collegio fintamente decisivo sull’OM92 e all’OdG mette: “individuazione delle modalità di verifica per il recupero del debito formativo”! Ecco, cioè non siamo nemmeno riusciti a comunicarci che i debiti sono stati abrogati, che un’insufficienza non è un debito. Il mio sentimento è che non si riesce a comunicare perché si sono desertificate le relazioni sociali e io non riesco a trovare un mio ubi consistam nemmeno per discutere, nemmeno per litigare. Resto da sola, davanti al mio Pc, a casa nel mio giorno “libero” a parlare con Retescuole e con il sedicente Marco Magni… Comunque, ci provo.
Lui si chiede: è lecito ricorrere alla minaccia ed alla paura come mezzi per innalzare i rendimenti scolastici? Cui segue quest’altra: la minaccia e la paura hanno qualcosa a che vedere con la “serietà” della scuola e con la “qualità dell’istruzione”?
La mia modesta risposta è che intanto bisogna, di nuovo e sempre, riflettere sulla relazione con i ragazzi e sulle responsabilità che abbiamo dentro quella relazione. Marco Magni vuol dire che il Ministro ha invitato i docenti ad un ritorno di autoritarismo contro il lassismo interpretato come imperante e sinistrese dai Proff parlanti attraverso le tribune giornalistiche. Questo è effettivamente lo slogan, l’idea che ha obnubilato le nostre menti in questi mesi, ma non è la realtà, la quale è molto più complessa e articolata. Chi minaccia chi? Chi ha paura di cosa? A me sembra che gli unici a mostrare sintomi di paura come se fossero sotto minaccia siano stati in primis i presidi e poi gli insegnanti. I ragazzi dopo due manifestazioni in cui hanno chiesto chiarezza e garanzie rispetto a scelte coerenti, anche attraverso le loro associazioni (andatevi a vedere i documenti sul sito dell’Unione degli studenti; accidenti, ma fatelo se volete realmente ascoltare i ragazzi!!) si sono messi a studiare o a non studiare, come sempre, in attesa delle decisioni degli adulti. Dove gli è stata data la possibilità di dire qualcosa hanno chiesto di avere la possibilità di recuperare, di incontrarsi nelle scuole, di poter avere insegnanti disponibili a fare il loro mestiere e a dar loro una mano in modo sensato e qualificato. Punto. Non mi sembra un caso che al liceo Mariani la grande adunata contro il recupero fosse costituita da insegnanti e genitori! Mancavano solo le agenzie di viaggio, no?
E noi invece? Marco Magni è assalito dal dubbio dietrologico tipico della mia generazione che tutto sommato, credo, dovremmo avere il coraggio di riproporre con forza. Cui prodest l’OM92, ma soprattutto cui prodest tutto questo fumo sull’OM92? Io mi sono già espressa chiaramente, ma mi sento ancor più di ribadire che l’OM92 interpretata bene, collegialmente, con coerenza e con professionalità può certamente giovare ai ragazzi, agli insegnanti, alle famiglie e alla scuola pubblica nella nostra società, mentre il fumo prodotto sui giornali, le reazioni scomposte, isteriche, corporative e contraddittorie ci danneggiano tutti nell’immagine e soprattutto nella sostanza che è appunto la relazione fondamentale, quella con i ragazzi. Io voglio usare la scienza pedagogica che esiste, che sostiene le buone prassi di buone relazioni a scuola nutrite da ricerche e teorie, e che appunto anche Daniel Pennac rammenta attraverso la sua esemplare autobiografia di scolaro. E siccome grazie alla mia connessione internet mi leggo anche gli articoli del Sole 24ore, di Liberal, ecc. con gli interventi per esempio del Prof.Bertagna (alias pedagogista della riforma Moratti in stand by fino al 15 aprile) mi sento di dire di più: tutto questo scomposto casino che si sta facendo giova parecchio e frutterà parecchi euro a tutti quelli che la scuola pubblica la stanno distruggendo perché stanno approntando lucrose alternative. Abbiamo ancora poco tempo e alcune statistiche a nostro vantaggio, ma dobbiamo ritrovare al più presto coraggio critico e passione.

Chiudo però con una buona provocazione basata su dati oggettivi: qual è il dato più triste dell'ultima indagine OCSE-PISA guarda caso negletto dagli "osservatori"? I risultati dei corsi professionali voluti dalla Moratti e voluti bipartisan dalla Bastico e lasciati incoerentemente proseguire nonostante l'innalzamento dell'obbligo scolastico dal Ministro. E lo sa Marco Magni qual è la qualità relazionale di una scuola che non è una scuola, ma un corso di formazione che si modella sulla formazione aziendale? Bassissima, marginale, residuale appunto, perchè il conflitto viene rimosso, i percorsi personalizzati cioè deprivati della feconda relazione con il gruppo, e gli insegnanti scambiati con esperti che entrano ed escono senza alcuna continuità e quindi responsabilità educativa. Meglio sarebbe un buon apprendistato anche dal punto di vista della formazione dell'uomo e del cittadino, ma in quali botteghe? Non c'è alternativa alla scuola attuale se non in una scuola pubblica migliore.