RIFLESSIONI EDUCATIVE
2009-01-15
Come valutare “cose” complesse
Trovate qui tre racconti, uno per ogni ordine di scuola: elementari, medie e superiori. Cominciano a dire qualcosa di ciò che capita quando la valutazione incontra davvero i corpi, i vissuti, i desideri di chi insegna e di chi impara. Aspettiamo le vostre storie, quelle che volete mettere a disposizione di tutti e di tutte, per delineare assieme una diversa concezione della valutazione.
Aggiungerei un piccolo episodio che mi sembra mettere in luce un aspetto importante della valutazione nella scuola: il rapporto tra l’aspetto burocratico-disciplinare-certificativo e quello relazionale. Qualche anno fa, dopo anni di insegnamento nel triennio, mi fu assegnata una seconda classe di biennio, tutta maschile. Era una classe estremamente movimentata ed esuberante, come spesso avviene nelle classi di soli adolescenti maschi, ma priva di qualsiasi interesse per lo studio e abituata a considerare le ore di italiano e storia come una piacevole pausa di relax tra una lezione e l’altra. Naturalmente mi sono prodigato con tutte le mie forze per coinvolgerli negli argomenti di studio e qualche piccolo risultato l’ho ottenuto: la battaglia era stimolante e divertente, i risultati sul piano scolastico assai scarsi.
Dopo alcuni mesi, il capoclasse (un ragazzone grosso, rubicondo ed estroverso) al mio arrivo in classe mi affronta dicendo: "Le devo dire una cosa: non siamo contenti di come lei lavora con noi, perché ci dà troppi compiti, ci dà voti troppo bassi: bisogna che cambi sistema!". Era la prima volta che ricevevo dagli studenti un rilievo del genere, e rimasi stupito. Perciò, per cercare di capire, gli chiesi di farmi qualche esempio, ma, per quanto si sforzassero, gli studenti non riuscivano a mettere in campo nessun caso concreto. A un certo punto, nel mezzo della discussione, mi scappa detto: "… Del resto io con voi lavoro volentieri, in questa classe mi trovo bene".
A questo punto scatta un’obiezione inattesa: "Ma come! Lei ha detto alla prof. tale che con noi si trova malissimo e che siamo una classe di somari".
La prof. tale era una insegnante da loro odiata, e che li odiava. Io, alla tale, avevo effettivamente parlato, confermando che la classe era scolasticamente assai problematica, senza far cenno a questioni psicologiche e soggettive. Allora ho precisato: "Alla tale ho detto semplicemente che siete dei sommi lavativi, e lo penso veramente. Questo non toglie che con voi lavoro volentieri, mi siete molto simpatici e mi piace questa lotta quotidiana per cercare di farvi studiare almeno ogni tanto".
Dopo questa precisazione, le obiezioni sui compiti e sui voti si sono dileguate, e abbiamo ripreso a combattere allegramente, come prima e meglio di prima.
Proporrei tre conclusioni.
La prima, ovvia, è che in una classe la valutazione è sempre reciproca: gli studenti valutano l’insegnante che li sta valutando. In entrambe le direzioni entrano in ballo molte variabili complesse: non solo la maggiore o minore competenza nelle discipline o nelle tecniche, ma tutto ciò che fa di un essere umano un essere umano. E la valutazione dell’insegnante sulla classe e sugli studenti è condizionata dalla valutazione della classe e degli studenti su di lui, e viceversa.
La seconda conclusione verte su quella diversità di presupposti che fa della relazione tra insegnanti e studenti un’avventura accidentata e sorprendente. Può accadere, e accade spesso, che la stessa frase possa avere significati diversi per chi la pronuncia e per chi la ascolta. Ne possono nascere gravi fraintendimenti, ma anche imprevisti che danno informazioni importanti su ciascuno degli interlocutori. In questo caso in partenza io credevo davvero che gli studenti mi parlassero di compiti e di voti, ma i realtà loro volevano esprimere rabbia e dispiacere per un mio atteggiamento nei loro confronti. Quando il fraintendimento si è sciolto, siamo stati tutti più allegri e più fiduciosi.
La terza conclusione riguarda la natura stessa della valutazione. Quando se ne parla nella scuola, in genere si parla di dare dei voti, cioè di una valutazione classificatoria, che è una cosa molto diversa da quello che è successo quel giorno in quella classe. Questo tipo di valutazione ha alcune caratteristiche ben precise: istituisce una gerarchia, che è sanzionata da un premio o da una punizione, connessa all'idea di avere qualcosa se si è più bravi e di non averla se si è meno bravi; si basa su standard, cioè misura la convergenza verso qualcosa di prefissato; e ha la pretesa dell'oggettività.
Non credo che questo tipo di procedure sia da scartare, da bandire del tutto, ma è solo un aspetto della valutazione, e sicuramente non il più importante. Può essere valido per un tipo di valutazione molto tecnica, su conoscenze e competenze molto elementari. Per esempio: "Pierino non riconosce gli aggettivi". Ma se procedo verso un livello più elevato, per esempio: "Pierino è abituato ad usare il metodo scientifico nell'affrontare un problema", questo tipo di valutazione diventa assolutamente inadeguato. Se poi prendo in considerazione cose ancora più complesse e importanti, Cioè le relazioni, la valutazione che come essere umano do di un altro essere umano, su cose come il suo collaborare coi compagni e con me, sul suo essermi simpatico o antipatico, sul mio apprezzare o non apprezzare il suo modo di essere, il suo modo di muoversi, di vestire, di parlare, è chiaro che un procedimento di tipo classificatorio non solo è inutilizzabile, ma risulta inevitabilmente dannoso. Quanto più si va verso competenze, atteggiamenti, relazioni complesse e profonde, tanto meno vale l'oggettività, cioè la presunzione che il valutatore sia esterno a ciò che sta valutando.
Insomma se identifichiamo la valutazione con la classificazione andiamo incontro a due grossi guai: il primo è che si rischia di classificare tutto, e quindi di produrre guasti gravissimi sugli esseri umani valutati; il secondo è che non si lascia spazio all'altro tipo di valutazione, che invece è importantissimo. Solo se dedico una grande cura agli aspetti relazionali della valutazione posso dire: "Per questo compito ti do 5", e non succede nulla di negativo.
Se mia moglie mi dice: "Le tue polpette non sono buone", ma me lo dice con un certo tono e so che per il resto la mia persona le è gradita, questo giudizio mi dispiace ma sono in grado di tollerarlo, anzi, la prossima volta cercherò di cucinare meglio. Ma se con quelle parole lei mi significa indirettamente: "Tu non mi vai!", la cosa rischia di rivelarsi irrimediabile. E' chiaro che in ogni valutazione siamo totalmente implicati e responsabili (anche quando mia moglie mi dice: "Le tue polpette non mi piacciono" c'è dietro tutto l'essere umano), ma è diverso se ci limitiamo al campo ristretto della mia abilità culinaria o se spaziamo nel campo ampio e profondo delle nostre relazioni.
Da quello che ho detto credo che derivino conseguenze rispetto a questioni molto specifiche. Per esempio, non ci dovrebbero essere valutazioni classificatorie su aspetti ludici, etici, estetici della vita dei ragazzi e delle ragazze: quindi il credito formativo negli esami di stato andrebbe essere abolito; sono aspetti della vita che hanno il loro valore nell'essere gratuiti e non è giusto farli invadere dalla logica del mercato. In termini più generali non credo che, se si vogliono valutare competenze complesse, le si possano misurare con semplici somme aritmetiche di punteggi.
Aspettiamo le vostre storie, quelle che volete mettere a disposizione di tutti e di tutte, per delineare assieme una diversa concezione della valutazione.
Gioconda Pietra
Maria Cristina Mecenero
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