ATTUALITÀ
Milano,
2008-09-07
La Gelmini, Tremonti e il pretesto del '68
Il ritorno al maestro unico al di là delle ideologie e delle motivazioni pseudopedagogiche
Da www.scuolaoggi.org del 6.9.2008
Le
recenti scelte di politica scolastica del duo Gelmini-Tremonti, dettate
principalmente da ragioni di carattere economico (la riduzione della
spesa pubblica), vengono spesso accompagnate da considerazioni di
natura culturale e pedagogica. Il Tremonti pensiero è a questo
proposito di una chiarezza adamantina (esemplare l’articolo-intervento
sul Corriere della sera del 22/8). Si riafferma la necessità di un
ritorno al passato e di un azzeramento degli ultimi quarant’anni. Per
restare in ambito numerico, l’ambito prediletto dal ministro
dell’economia, 2008 meno 40 fa 1968. Occorre tornare a prima del ’68,
additato come data di origine di una vera e propria devastazione
culturale protrattasi per un quarantennio con l’egemonia della sinistra
nelle scuole, nelle università, nei luoghi di riproduzione del sapere.
Anche
la Gelmini in questo è esplicita e titola, non a caso, un suo articolo
(sempre sul Corriere) “Quarant’anni da smantellare”.
Il problema
è che siamo di fronte ad un’operazione sostanzialmente ideologica,
chiaramente pretestuosa, per giustificare altri obiettivi di fondo. Un
po’ come quando Berlusconi agita lo spauracchio dei comunisti. Stupisce
in particolare l’accanimento di Tremonti contro il ’68 in quanto è del
tutto fuori luogo. Il punto è che con l’evoluzione degli ordinamenti
della scuola italiana, primaria in particolare, il ’68 c’entra molto
poco e molto indirettamente. E’ utile, a questo proposito, fare un po’
di cronistoria dei fatti, anzi, di storia degli avvenimenti.
Ricostruiamo
allora, per sommi capi, alcuni passaggi significativi. La questione dei
voti, ad esempio, invocati da Tremonti contro i giudizi. Nel ’68 e
negli anni immediatamente successivi si affermò in qualche università
(non certo nella scuola di base!) la pratica del voto unico o del voto
di gruppo agli esami, pratica per la verità che non durò molto nel
tempo. Ma il ripensamento delle modalità di valutazione degli
apprendimenti degli alunni che portò poi alla legge 4 agosto 1977 n.517
(“Norme sulla valutazione degli alunni”), con l’introduzione dei
giudizi informativi, ebbe tutt’altro spessore culturale e altre
motivazioni! Giova ricordare, tra l’altro, che questa legge è firmata
da un ministro della Pubblica Istruzione democristiano (Franco Maria
Malfatti, governo Andreotti III) e che resta una delle norme più
avanzate della nostra legislazione scolastica.
E veniamo al
maestro unico, chiave di volta del pensiero pedagogico
gelminiano-tremontiano. Che c’entra il ’68? Le prime esperienze di
lavoro cooperativo e solidaristico fra gli insegnanti risalgono al
M.C.E. (Movimento di Cooperazione Educativa, fondato addirittura nel
1951!) e all’impegno di maestri progressisti di area cattolica e/o
laica o di sinistra riformista, come pure le prime, originali,
esperienze di scuola a tempo pieno (a Rho, provincia di Milano, un
grande direttore didattico come Silvano Federici non era certo
comunista né, tantomeno, sessantottino, ma di area cattolica e CISL).
Ma
vediamo, soprattutto, come si afferma nella scuola italiana la proposta
pedagogica del “gruppo docente”, della pluralità delle figure
educative, che sicuramente ha comportato un consolidamento degli
organici dei docenti ma che non è riconducibile solo a quell’aspetto. I
tempi di gestazione, innanzi tutto. Nel 1981 il ministro della P.I.
Bodrato, democristiano, istituisce una commissione di lavoro
(commissione alla cui presidenza fu chiamato l’On. Giuseppe Fassino,
sottosegretario al MPI e che ebbe come segretario il pedagogista
M.Laeng) allo scopo di procedere all'elaborazione in via preliminare
delle linee fondamentali e generali dei programmi d'insegnamento nella
scuola elementare, superamento dei vecchi programmi del 1955. Quattro
anni dopo i Programmi vengono approvati da un’ampia maggioranza
parlamentare (DPR 12 febbraio 1985 n.104, ministro P.I. Franca
Falcucci, governo Craxi I). Essi si fondano sulla definizione delle
aree disciplinari, poi raggruppate in ambiti, e delle educazioni. Una
volta ridefiniti contenuti e obiettivi dell’insegnamento e le strategie
educative, ci si pone il problema di qual è la figura docente più
adatta e il modello organizzativo più funzionale per attuarle. Si apre
quindi un dibattito e si inizia una sperimentazione con la suddivisione
degli ambiti disciplinari fra più docenti e l’aumento del tempo scuola
(la sperimentazione dei “moduli”, limitata ad un certo numero di
istituti scolastici e avviata dal ministro Giovanni Galloni, anch’esso
D.C., dura tre anni).
A conclusione di questo percorso
sperimentale, assistito e monitorato, si decide che il modello del team
di docenti, con la suddivisione degli ambiti disciplinari, è meglio
dell’insegnante “costellato” (vale a dire della proposta, sostenuta
allora dalla stessa Falcucci, di un insegnante titolare di classe
affiancato da alcuni docenti specialisti). Il superamento del maestro
unico e “tuttologo” é comunque il risultato di un grande dibattito che
vede una intensa partecipazione di pedagogisti, del mondo accademico,
delle associazioni professionali degli insegnanti, delle riviste
didattiche (L’Educatore, Scuola italiana moderna, ecc.), delle forze
politiche e sindacali.
Nel 1990 viene approvata la legge di riforma
n.148 che introduce i moduli su tutto il territorio nazionale e che
conferma la prosecuzione del tempo pieno in alcune realtà territoriali.
Ministro della pubblica istruzione Sergio Mattarella, sottosegretario
Beniamino Brocca, uno dei principali estensori della legge, governo
Andreotti VI. Tutti democristiani. Altro che sessantotto!
Tutto
questo per dire che moduli e tempo pieno hanno alle spalle una cultura
pedagogica e le esperienze didattiche più avanzate di quegli anni e che
non sono solo, come si vuol far credere, un espediente per andare
incontro alle richieste sindacali di mantenimento dei posti di lavoro
dei docenti a fronte del calo demografico. O meglio: il numero dei
docenti e il loro organico corrispondevano alle esigenze di un modello
di scuola innovativo e pedagogicamente avanzato (e una volta tanto si
investe nell’istruzione!). E in ogni caso la storia della scuola
elementare in Italia e della sua organizzazione didattica con il ’68
c’entra molto poco, altri erano i filoni culturali e le correnti di
pensiero in gioco.
Ora succede esattamente il contrario.
Fondamentalmente si vuole tagliare la spesa nel settore dell’istruzione
pubblica, riducendo il numero dei docenti nella scuola primaria. Quindi
si sostiene che un solo docente per classe basta e avanza e che più
docenti sono un inutile spreco. Il tutto ammantato da motivazioni
pseudopedagogiche, del tutto improponibili e retrograde. Come se, nel
2008 (quarant’anni dopo), un solo docente fosse in grado di riassumere
in sé la complessità dei saperi, delle discipline e delle nuove
tecnologie. E in una realtà sociale profondamente mutata, resa più
difficile e complessa per la presenza nelle classi di alunni stranieri,
casi di disagio, fenomeni di bullismo, ecc.
Il risultato è evidente:
un impoverimento culturale (e di risorse) micidiale per la scuola
pubblica che dovrebbe a questo punto limitarsi ad impartire
superficiali nozioni di base. Tanto poi, chi può, in base al censo e
all’estrazione sociale, ha altre opportunità di apprendimento..! Una
volta si sarebbe detto – questo sì nel ’68, ma anche prima con don
Milani! – la riaffermazione di una “scuola di classe”. Il ritorno al
passato, appunto.
Gianni Gandola
Atto di diffida e messa in mora