RIFLESSIONI
Bologna,
2009-09-27
Le mani per pensare
Conferenza “Le mani per pensare”, Bologna, Università degli Studi, 18 settembre 2009 - Una buona risposta a tutti coloro che esaltano la nuova scuola targata Gelmini, fedele al modello proposto dalla UE e da tutti i paesi occidentali, che preferiscono dequalificare la nostra istruzione tecnica, visto che reclutare personale nei paesi in via di sviluppo è molto più semplice ed economicamente conveniente.
Richard Sennet 1)
TEMPO: il lavoro artigianale è lento. La maggior parte dei sistemi di
istruzione, invece, si basano sulla rapidità dell’apprendimento: ciò
non consente la lentezza necessaria a giungere a maestria e competenze
adeguate. Esistono una fase tacita ed una esplicita nell’acquisizione
delle competenze: va imparata una routine che è soggetta ad una
riflessione esplicita sul gesto appreso. Il processo è circolare:
acquisiamo un repertorio di competenze e riflettiamo sulle possibili
variabili dello stesso gesto. E’ fondamentale apprendere con lentezza,
dare il tempo allo studente di comprendere che lo stesso risultato può
essere raggiunto in molti modi alternativi. Va interiorizzata una
corrispondenza tra pensiero e azione che ci consente un ritmo variato.
E’ stato calcolato che il passaggio dal fare tacito a quello esplicito
per ritornare poi di nuovo a quello tacito ha bisogno di 10.000 ore,
vale a dire 3-4 ore al giorno di pratica, ovvero sia 5-6 anni. E’
assolutamente identico al processo attraverso il quale si impara a
suonare uno strumento: solo così si arriva ad una TECNICA CREATIVA. Il
sistema di istruzione, però, non è tarato su questi ritmi, non viene
arricchita la competenza dalle varianti e dalla riflessione, con il
risultato di rendere stupidi gli studenti, che apprendono una sola
modalità di soluzione dei problemi invece di molte ed attuano le
procedure senza pensare. Invece noi vogliamo insegnare alle persone a
pensare a quello che fanno. Va superato l’approccio operativo, il
legame tra funzionalità e soluzione. 2) CONTENUTI: CARATTERE
ESPLORATIVO del processo di apprendimento tecnico. Vanno strettamente
collegati problem solving e problem finding, soluzione e ricerca dei
problemi, che non sono finiti se io li risolvo. Ne nasceranno infatti
altri, nuovi e io non li devo solo saper risolvere, devo saperli
prevedere, cercare e trovare. Tutte le competenze tecniche sono una
narrativa, non hanno una chiusura definita. Dobbiamo creare una
generazione di persone che si rendono conto dei problemi, invece usiamo
i test standardizzati, che privilegiano e valutano le capacità di
problem solving superficiale. Viene quindi valutato negativamente
proprio chi capisce i problemi in profondità. I test ci fanno perdere
la capacità riflessiva, ci fanno sorvolare sui perché e ci impediscono
di acquisire competenze complesse. Una delle questioni pedagogiche da
risolvere è quindi quella di ELIMINARE I TEST, perché soffocano il
talento ed insegnano a non mettere in dubbio la risposta. 3)
IMMAGINAZIONE: spesso pensare in modo artistico e non tecnico, capire
una procedura usando competenze non tecniche ci fa trovare la
soluzione. Infatti una procedura tecnica, anche se dettagliatamente
descritta, non spiega tutto. Ad es, certo non mi spiega quello che
sento e provo nell’attuare quella procedura. Il linguaggio usato
normalmente nella tecnica è denotativo e ci dice esattamente cosa fare,
ma non ci consente assolutamente di capire cosa si prova e che cosa
significhi un procedimento dato. Il linguaggio connotativo, invece,
sveglia l’immaginazione, arricchisce. La lingua denotativa è più
precisa, ma non usa metafore, simboli, insomma non è viva, è inerte.
L’analogia, la teatralità divengono fondamentali: è una questione
profonda, di cui va tenuto conto, anche se ci interessa la prassi
dobbiamo imparare ad usare un linguaggio più attivo. La definizione
blocca, congela la pratica, mentre la connotazione suggerisce la
pratica. 4) LATO SOCIALE DELL’APPRENDIMENTO TECNICO: sono stati
condotti esperimenti di apprendimento con gruppi di studenti ed hanno
dimostrato che imparare in gruppo, attraverso la discussione ed il
confronto, senza il sostegno delle tecnologie conduce ad un
apprendimento più rapido e personale. E’ una tentazione politica
terribile quella cui assistiamo: si usano i computer per limitare la
presenza attiva e viva degli insegnanti; l’isolamento è assai meno
costruttivo del dialogo con gli altri. Stiamo perdendo come docenti la
capacità di allontanarci e prendere le distanze dal mondo
dell’informatica: il computer non può né deve essere pensato come un
sostituto, ma come un supporto. La tendenza corrente è quella all’ABUSO
DELLE TECNOCLOGIE, che è DISABILITANTE PER GLI STUDENTI.
Conferenza “Le mani per pensare”, Bologna, Università degli Studi, 18 settembre 2009
Il
concetto di MAESTRIA nella lingua inglese viene definito con il termine
craftsmanship, che significa letteralmente “fare un buon lavoro per il
desiderio di farlo”. Si tratta quindi sì di un artigiano, che conosce
la tecnica e le procedure legate al suo mestiere, ma contemporaneamente
le arricchisce di un’altra dimensione, quella intellettuale. Il
concetto arricchisce la tecnica.
Ci sono 4 vie per migliorare le competenze tecniche dei nostri studenti:
Non
bisogna mai confondere il processo con il risultato, la simulazione con
l’oggetto reale, la raffinatezza dell’oggetto tecnico con la
raffinatezza dell’umana immaginazione. Le persone che operano devono
essere valorizzate nella loro professionalità perché non perdano il
piacere di viverla.
Nei paesi capitalisti occidentali si separano
nettamente elite e massa, l’artigianato e la tecnologia, mentre le
culture che seguono la qualità, che lasciano spazio e tempo alla
programmazione che conduce alla maestria e all’arte sono vincenti anche
in campo tecnologico. Basta pensare al mercato dell’auto giapponese, ma
soprattutto all’India e alla Cina, dove da genitori artigiani nascono
bravissimi tecnici informatici, nonostante le minori risorse.