RIFLESSIONI E OPINIONI
NAPOLI,
2010-11-04
Respingendo i barbari
Napoli è tutta un urlo contro questo stile di gestione del potere, contro la distorsione e contorsione della legge, contro la defunzionalizzazione del sapere, contro un mondo che credevamo parzialmente affossato con Mani Pulite ...
La Manifestazione... manifestazione, manifestare, manifesti, corteo,
furgone, fondi, ufficio stampa, attacchinaggio, locandine,
volantinare... Riunioni; sottogruppi operativi; Mago Maffione
materializza palco e musicanti; Barbarella normalizza la follia,
addomestica l'ansia accogliendoci nel suo ordinato rifugio neutrale,
pieno di giochi di società e promesse di parole da dire senza pressioni,
senza pretese di rientri, di ritorni, di guadagni, di epici effetti,
parole da sprecare saggiamente, argutamente, serenamente, per la gioia
di sentirle uscire di bocca, senza obiettivi da colpire o da
raggiungere, solo per volare libere; Vito, con le sue magliette da
piazzare e i conti che non tornano, annuncia defezioni gravi e
improvvise (ah! il furgone con l'altoparlante è "saltato"!) come fossero
altrettante benedizioni; Romilda fa onore alla sua sigla presentandosi
sempre, cercando di razionalizzare un caos che si autoalimenta, un caos
che - lei lo capisce bene - si nutre e gode più dell'aspettativa che
dell'evento in sé, e che cerca di prolungare, tracciando ipotesi di
colori, trovate, slogan e gesti pregnanti, non solo il piacere di
immaginarlo, ma anche il "piacere", più sottile, tutto euripideo, di
paventarne collettivamente il fallimento parziale o totale.
Sto
seduta nel cerchio degli amici e degli studenti, con il quadernino delle
buone intenzioni in mano, tanto per darmi un tono, di fronte al finto
cipiglio della "capa" inkefiata, che dissimula l'agitazione e
l'eccitazione e che, tra un resoconto e l'altro, tra un'adesione e
l'altra, tra una promessa guascona di exploit e una proposta stravagante
di troppo, elenca periodicamente le magagne, le cose "basilari" non
fatte, colpevolmente non previste, dolosamente inevase (Guagliu'...
siete inaffidabili!)...
Il mese è andato via così, avvolto nella
sospesa atmosfera dell'attesa calibrata, attesa di altrettante ore X, di
giorni di protesta fissati come interrogazioni da fare per la salvezza,
per non beccare il recupero, per evitare un'estate, una vita di noia e
di oppressione: 8, 16, 30. La prima data mi aveva trovato ancora
disoccupata. Non credevo molto nella mobilitazione degli studenti di
Napoli... Ero arrivata già stanca, in piazza, ma c'era Laura, mia
sorella, con me, stavolta, e avevo l'incentivante gioia di farle
conoscere il gruppo di lotta: Giuseppe, svettando, mi aveva segnalato
l'assembramento di miei, che, come Odisseo alla corte dei Feaci,
placavano lo "stygheròs gastèr", il ventre cane, bevendo caffé bollente
in un bar protetto dall'ombra di Garibaldi. Presentazioni... "Vi
somigliate"... "Non vi somigliate"... Non ci somigliamo, no. Io ho
sempre avuto bisogno di qualche pagina o di qualcuno che mi dicesse:
"ribellati!"; Laura ha il suo istinto, invece, che fin da piccola le fa
dire "no!" a qualunque comando, vessazione o compromesso.
Il
corteo era partito in sordina, o forse ero io che avevo la sordina
all'anima e percepivo entusiasmi ed energie come attutiti; avevo notato,
però, una compattezza e una consapevolezza nuove sui volti dei ragazzi.
Gli striscioni erano pieni di risentimento per le condizioni
strutturali degli edifici, per la mancanza di laboratori, per la
didattica stantia... Hai visto mai - pensai - che questo attacco
frontale li ha messi in condizione di capire finalmente quanto perdono
quando perdono la scuola?
Poi era arrivato Ciro, il collega di
Somma Vesuviana che non vedevo da due anni, con alcuni dei suoi alunni, a
promettere sostegno e offrire supporto tecnico-organizzativo per
l'evento del 30. Sentirlo parlare dei ragazzi come della sola ragione di
vita plausibile e rinvenibile mi aveva ridato slancio. Mi ero accorta
che i ragazzi erano davvero tantissimi...Il Rettifilo debordava...
Ciro
voleva che parlassi al microfono dell'auto che trainava il corteo. Non
mi sentivo pronta... Cosa dire? Dati vecchi, cose note, denunce già
fatte, proclami già proclamati... I ragazzi si scocciano a sentire i
prof. parlare. Questo era il "loro" sciopero. Una studentessa, dietro di
me, però, a un tratto, come per una arcana coincidenza, aveva detto:
"Oh... però i professori mica ci stanno! Dove sono, loro? ".
Mi
era venuta una immediata voglia di smentirla, di farle capire che non
avevamo delegato la lotta a loro, che stavamo sporcandoci le mani,
almeno noi precari, da un po' di mesi... Non volevo neppure deludere il
collega. Chi depone nella parola la sua identità deve in ogni
circostanza identificarsi con una parola...
Fu una specie di
climax ascendente: dalla partecipazione doverosa ma spenta
all'ebollizione, alla rabbia, accesa anche da un calore agostano, che mi
fece tornare in mente le notti davanti al provveditorato, i treni per
Roma, gli scontri coi politici vigliacchi, le lacrime di quando
portarono via Giacomo con l'autoambulanza, da una piazza Montecitorio
inutilmente assediata dagli scioperanti della fame...
Bastò una
"OLA"; mi accovacciai a terra e poi schizzai su tutt'a un tratto, a un
comando dello studente che ci guidava, e corsi, corsi in avanti, insieme
a tante verdi cavallette di 15-16 anni, urlanti e piene d'energia...
Giunto il mio turno, mi ero resa conto che il mio disagio, la mia
apatia, il mio spleen venivano dal fatto che ero priva delle "mie"
classi, del turbinio pazzesco delle dispense, delle schede, delle
slides, delle versioni... e allora avevo urlato ai ragazzi che,
togliendoci loro, ci avevano tolto la vita, a noi precari. Non era
retorica, ma realtà, realtà di un destino, quello di vivere, appunto,
mediatamente, le vite in fieri dei ragazzi che ci guardano, e realtà di
un desiderio cocente, il desiderio di tornare in classe e raccontare
storie antiche a chi le sa ascoltare, e convincere chi le ascolta che
gli serviranno, che saranno la sua bussola quando non troverà la via...
Poi
era arrivato il 16. A Roma. Con la Fiom. Per la Fiom, anzi, perché il
suo paradigma di lotta trionfasse, trionfi... Stavolta avevo preso
servizio. A Pomigliano. Il primo giorno di scuola, entrando
nell'edificio, avevo visto campeggiare sul portone la scritta: "LICEO
CLASSICO-SCIENTIFICO V. IMBRIANI - PRESIDIO DI FORMAZIONE". Che bello!
PRESIDIO DI FORMAZIONE ! Sa di fortino che non s'arrende, di legione
straniera, di torre di guardia con le sentinelle vigili a segnalare
nemici, ad organizzare la resistenza... la RESISTENZA...
Mi era
parso emblematico, quasi fatale un incarico a Pomigliano, proprio a
Pomigliano, in quel momento storico ed esistenziale. Mai sono entrata in
classe con più sicurezza e speranza. Né i ragazzi mi hanno deluso. Sono
figli di gente per cui il lavoro non è portare il pane a casa o dare
qualche bracciata di fatica a uno Stato avaro e lontano; sono figli di
gente per cui lavorare è CREARE, reinventare il mondo, plasmarlo,
migliorarlo. Lo si vede dai bar, dall'impegno che profondono nel farti
il caffé macchiato, dalla quantità inverosimile di cacao spolverizzato,
dal fatto che ti servono prima che paghi, che ti accolgono come un
ospite in casa...
Sono figli di un paese in cui lavorare
significa elaborare concettualmente, ogni giorno, il valore del lavoro e
le sue finalità e implicazioni umanistiche e umane. Per questo non si
alzano, non mormorano, non mostrano insofferenza anche se continuo a
parlare dopo che la campanella è suonata; per questo le grammatiche le
hanno mandate giù a memoria; per questo me li sono trovati a fianco nel
corteo, a Roma, quasi a Piazza S. Giovanni... "Prof. ... Siamo contenti
di vedervi qua"... "E io contentissima di vedere voi!".
In piazza
eravamo giunti esausti, dopo un corteo bagnatissimo, con la pioggia che
dalle aste delle bandiere ci gocciava nelle maniche delle maglie, ci
intrideva e imbeveva come tronchetti della felicità innaffiati dalla
padrona di casa di ritorno dalle vacanze... Ma avevamo ritrovato tutte
le facce belle dei nostri amici: Roma, Milano, Bari, Catania,
Sciacca..., che facevano fatica ad accendersi le sigarette, sotto
l'acqua implacabile. La nostra piccola grande Arianna, che trova sempre
il filo per trarci fuori dai labirinti dell'indecisione e del dubbio,
aveva già fatto il suo intervento dal palco: da ogni lentiggine aveva
tirato fuori una vibrazione, una parenesi, una seria richiesta di
riscatto e di ritorno alla dignità. Della scuola, dello Stato, della
Vita. Un milione, un milione e mezzo di corpi, di volontà, di pantaloni e
gonne, di cappelli e piercing, di stivali e sandali. Piazza S. Giovanni
ancora fresca di urla, ascoltava Landini, lo eleggeva idealmente a
leader...
E ora tocca a noi, ora tocca anche a me. Ora siamo a
pochi giorni dalla fatidica manifestazione per la scuola pubblica che
trasformerà Napoli in un fiume d'anime confluente nel mare cicatrizzante
della solidarietà e della rabbia coralmente gridata. La pioggia non dà
tregua. Io e Gennaro, nell'ultima settimana, andiamo a tappezzare le
carrozze dei treni della Vesuviana coi manifesti. Aspettiamo la sera. I
treni sono fermi e le porte aperte. Cominciamo dal binario 2. La
Vesuviana ha 600.000 utenti, studenti e pendolari, per lo più. Ci sono
pochi manifesti, che invitano alla sagra della castagna. ..."Genna', tu
reggi alla parete e io attacco con lo scotch". "Va bene..." "Qui la
locandina rigida; qui un set di volantini... Passamene uno di invito e
uno "esplicativo" ... ... "Genna'... ma nun vide che è tutto stuorto?? "
"Ehm... sì ", risponde Gennaro... "ho qualche piccolo problema di
coordinazione psico-motoria"... "Qualche piccolo problema?? Genna' TU
STAI ACCISO, O FRATO! ". Gennaro ha studiato psicologia, sociologia etc. E
troppo "munito" per prendersela; troppo addentro ai misteri della
psiche per reagire come un qualunque essere umano. Lui si diverte,
quando lo si sfotte, perché trae dallo sfottò materia di studio, di
analisi... E menomale, perché meriterei di essere lasciata sola ad
attacchinare manifesti su manifesti!. Al binario 5 arriviamo già
sfiniti. I treni sono lunghissimi e si ha l'impressione che siano sempre
sguarniti.
Mentre sospendiamo un volantino, il treno si muove.
Le porte si chiudono e le luci si spengono. "Genna'... questo
CAMMINA!!!!! DOVE CI PORTANO?????" "Calma", risponde serafico Gennaro.
"Siamo a Porta Nolana. Si fermerà a Garibaldi, alla Centrale; scenderemo
e torneremo qui a piedi..." "MA CHE PALLE!!!! ". Ma il treno non si
ferma. Procede! Uso il pulsante dell'allarme; urlo: "EHI... CI SIAMO
NOI!!! SIAMO DENTRO!!!!"... Il treno avanza ottusamente verso un binario
secondario, morto, dove altri convogli riposano, in attesa di
riparazione, manutenzione o pulizia. Si ferma. Poi tutto tace. Guardo
Gennaro costernata: "COME FACCIAMO, ORA???"... Inizio a battere
forsennatamente contro le porte chiuse: "AIUTO!; APRITECI!"...
Finalmente
qualcuno ci sente e ci domanda chi siamo, cosa facciamo a quell'ora in
un treno. Spiego la situazione. Ci risponde, infastidito, che i
manifesti non si attaccano a quell'ora. Faccio notare che a quell'ora
agiamo indisturbati e non rechiamo noia ai passeggeri. Tace. Lo
seguiamo, per tornare indietro, lungo i binari. Metto il materiale
cartaceo sotto il cappotto e bestemmio, mentre cammino inciampando sui
sassi dei binari per 500 m, sotto la pioggia. Poi ci fanno salire su una
scaletta di ferro. Il ferroviere trova lì due colleghi, che ci guardano
esterrefatti. Dice loro, con aria e tono di insolente degnazione:
"Steveno mettenn' 'e manifesti dint'o treno"... e solo perché ci vede
piuttosto contegnosi evita di aggiungere " 'STI DDUJE STRUNZ ", ma si
percepisce chiaramente che è sottinteso.
Arriva un altro treno
diretto al Terminale. Saliamo. I macchinisti ci guardano. Imperterriti,
forti del permesso richiesto, attacchiamo manifesti sotto i loro occhi.
Uno dei macchinisti, non pago di tutto quello che avevamo già passato,
si mette a dire che Gelmini ha ragione e che 220.000 precari non si
possono assorbire. Me lo mangio letteralmente, dicendo che non è vero
che i precari sono 220.000 né è vero che debbano essere assunti tutti
subito. Proseguo snocciolando dati e argomenti noti. Cede e dice che
"per carità", lui ha la figlia che insegna...
Si fa l'una di
notte. Rientriamo esasperati, distrutti... Quanta vita, quanto tempo ci
toglie la stupidità di una sola donnetta ignorantissima e disonesta
postasi al servizio di gentaglia infame! E' questo quel che più mi fa
rabbia. Dico a Gennaro che in tutte quelle ore avrei potuto finire la
lettura dei Remedia Amoris di Ovidio, appena intrapresa... Gennaro
allarga le braccia, con la sua proverbiale pacienzia. Non abbiamo
neppure mangiato. In macchina, trovo una mentos ammuffita in borsa e
gliela offro... "Buona", dice allegramente Gennaro... "è alla fragola!".
Possa ciascuno di quelli che leggono questa nota trovare sempre un
aroma di fragola in fondo ad ogni giornata amara!
Oggi è il 30.
Passo per il Liceo. C'è assemblea d'Istituto. I ragazzi mi dicono:
"Prof.ssa, abbiamo visto i manifesti nel treno!". Sorrido contenta e mi
vergogno un po' di tutte le mie lagne. Piazza Mancini è un salotto
sporco, ma gli ospiti lo sapevano, della munnezza, e non si
formalizzano. Sono venuti per mettere a frutto anche quella, per
innestare il fiore della protesta proprio sui sacchetti immondi che
deturpano la facies della città più accogliente del mondo, che sfoggia
il suo più caldo sole, per l'occasione.
Una faccina sconosciuta
di donna con gli occhiali, mi guarda; mi vede impegnata a gonfiare
palloncini anti-Gelmini e mi dice solo: "CATANIA!" Chi mi conosce anche
bene sa sempre troppo poco l'amore che porto alla Sicilia. Sfoggio il
mio più bel sorriso: "BENVENUTI!". Poi vedo le facce carissime e note
dei compagni da tutta Italia e poi, ancora, sento Pietro, che viene a
"svegliare" i napoletani dormienti con la sua voce stentorea da
banditore di Federico II, e a svelare il legame tra politiche
governative e politiche scolastiche in modo che si sappia qual è lo
scopo ultimo e vero di ogni nostra protesta: liberare l'Italia
dall'infame torma di rozzi servi che la prostra e umilia. Saluto con
gioia Claudia, appena scesa dall'Alkadia di Capitan Harlock a combattere
contro la mazoniana Gelmini, e vedo colleghe napoletane che sono
modelli di professionalità: Paola, Giovanna (che viene da Ischia), la
mia delicata e sensitiva Rosa-Rosae... Partiamo. La "capa" è preoccupata
ed emozionata. Arrivano i bambini, i disabili, che portano stemmi
medievali emblematici del regresso culturale e socio-pedagogico indotto
da questo governo ipocrita e violento, che blinda le pance della madri
incinte di disabili e macellerebbe quelle che abortiscono, assimilandole
a delle assassine, ma poi proclama che il disabile è un rifiuto umano
che disturba e che va lasciato fuori dalle aule dove si impara a
diventare anzitutto "produttivi"...
Tutt'a un tratto mi sento
rosa shocking; il sole fonde le tinte e me ne rimanda una sola. Sento
l'anima tingersi di fucsia; guardo la bandiera del CPS che porto con
orgoglio, nuova di zecca, e la faccio vorticare alta, alta, alta,
saltando, cantando, urlando...
E' un momento liberalizzante e
liberatorio. E' una testimonianza collettiva di amore per il bello, per
il colore, per la musica, per la vita, contro il grigiore indistinto
della marcia servitù, delle teste che si inchinano, della dignità che si
frange e sfrange nella difesa strenua delle violente e matte bestialità
di un uomo solo, disgustoso, corrotto, patetico, mostruosamente
ignorante e vuoto. Il ministro della Pubblica Istruzione ne giustifica
ed esalta la passione sconcia per le minorenni; dichiara che è un vezzo
tollerabile in un "grande", che le minorenni sono ben liete di... ...
Cose becere, che disturberebbero già in bocca al vecchio squadrista
analfabeta che sputa rabbia impotente all'angolo di un bar di provincia,
ma che allarmano e sgomentano quando compaiono sulla bocca di un
ministro, di una donna, per giunta, che invoca, peraltro, sui
professori, la mannaia di un periodico "esame" che ne verifichi
l'idoneità etico-culturale alla professione...
Napoli è tutta un
urlo contro questo stile di gestione del potere, contro la distorsione e
contorsione della legge, contro la defunzionalizzazione del sapere,
contro un mondo che credevamo parzialmente affossato con Mani Pulite (a
proposito: dove sta l'IDV che ci aveva dato l'adesione?) e che, come un
fiume carsico, riappare concretato attorno a Berlusconi, come lo sterco
si rapprende attorno a un palo disseccato.
E allucchiamo, allora,
allucchiamo come i pazzi, e non abbiamo solo "l'armamentario
bolscevico" da riesumare, ma nuove e nuovissime elaborazioni critiche,
in parole o musica, da scandire, da sottoscrivere. Giuseppe legge
appassionatamente le più significative mentre andiamo verso la piazza
del Gesù, passando tra cumuli di spazzatura che ci fa piacere mostrare,
per far capire agli amici, molti dei quali deliziati da una ben
documentata mattinata "turistica", che abbiamo bisogno di loro,
dell'Italia tutta, di cui siamo emblema, per risollevarci e che mai come
quest'oggi abbiamo scelto bene il palcoscenico da cui inviare un
messaggio disperato ed esaperato ai pòrci che si autoassolvono e a
quelli che tentennano, prolungando l'agonia di questo non-governo in
modo vile e ignobile, senza curarsi dei disvalori e dei messaggi
esiziali che intanto passano e che sarà difficile denegare, rintuzzare,
rinnegare in seguito...
Il girotondo dannato arriva in piazza.
Si parla, si propone, ci si rincuora nel venire a sapere che dei
genitori americani considerano i docenti italiani superlativi e che
mandano qui i loro figli, perché recitino Saffo già in V elementare...
Io sono commossa, svuotata, sudata. Mentre cala la sera, chissà perché
mi viene in mente una lirica splendida di Kavafis, quella "Aspettando i
barbari " citata da tutti i fautori dell'integrazione, e che, come tutte
le grandi liriche, è polisemica, si presta a più interpretazioni.
Mi
viene in mente l'ultima strofa: "Perché d'un tratto questo smarrimento
ansioso? /I volti some si son fatti seri/ Perché rapidamente strade e
piazze si svuotano / e ritornano tutti a casa perplessi? / S'è fatta
notte e i barbari non sono più venuti... Taluni son giunti dai confini/
han detto che di barbari non ce ne sono più./ E adesso, senza barbari,
come faremo noi? Era una soluzione, quella gente!...
Cerco di
capire perché mi sia venuta in mente. Certe cose non sono mai
insensate... Ho paura, però, di pensare; ho paura di scoprire che i
barbari non arriveranno perché sono dentro di noi e che periodicamente
facciamo loro spazio, senza saperlo, per un aggiornamento o per un
ripasso, salutare o mortale, dei nostri princìpi.