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"Gerarchia" fu la rivista ufficiale del fascismo. Nella miseria
morale e nell'indigenza culturale dello squadrismo diventato governo
contribuì a creare la "mistica" fascista e il mito del duce.
Mussolini la inaugurò il 25 gennaio del 1922 con l'articolo Breve
preludio, in cui la retorica vuota di contenuti, preannunciava
confusamente i caratteri di fondo della "civiltà fascista",
fondata su una "scala di valori umani, responsabilità, doveri,
disciplina" che in nome dell'ordine costituito e dell'obbendienza
cieca al "duce che ha sempre ragione", cancellava i diritti e
metteva al bando l'intelligenza critica. Oggi è facile vederlo. La
tragedia dell'8 settembre del '43 era già tutta in quel lontano gennaio
del '22.
Gerarchia e obbedienza sono gli sconcertanti
concetti ispiratori della circolare di Marcello Limina, alto funzionario
dell'Ufficio Scolastico Regionale dell'Emilia Romagna che ha trovato in
Maria Stella Gelmini, ministro della Repubblica nata dall'antifascismo, un
solerte avvocato d'ufficio. La preoccupante circolare suscita da giorni
le motivate preoccupazioni e le proteste degli insegnanti.
Mentre il governo tenta di mettere il bavaglio ai magistrati e i
giornalisti sono costretti a difendere come possono la libertà dell' informazione, com'era prevedibile, giunge l'attacco
portato agli insegnanti. E' bene dirlo chiaro e forte: quello che sta
accadendo non ha precedenti e non è più tempo di mezze parole e
pannicelli caldi. Limina e Gelmini sono tenuti a saperlo, maestri e
maestre gliel'hanno insegnato: l'Italia è una Repubblica democratica. E'
il primo articolo dei "Principi Fondamentali" della nostra
Costituzione e farebbero bene a ricordarsene perché fuori o, peggio
ancora, contro questo principio, tutto ciò che si scrive, se non
costituisce reato, è cartastraccia. Negli atti della Costituente
Amintore Fanfani, illustrando il principio all'Assemblea, usò parole che
oggi sono prescrizione inderogabile per ogni cittadino della
Repubblica, anche e soprattutto per i dirigenti degli uffici scolastici e
i loro avvocati: "Nella nostra formulazione l'espressione
democratica vuole indicare i caratteri tradizionali, i fondamenti di
libertà e di uguaglianza, senza dei quali non è democrazia".
Sembrerebbe ovvio ma non lo è. La circolare recentemente firmata dal
responsabile degli Uffici scolastici dell'Emilia Romagna dimostra che
c'è ancora chi - come nel tragico ventennio fascista - ritiene che
l'esercizio dei diritti, persino di quelli sanciti dai fondamentali
principi della Costituzione, sia subordinato al capriccio delle
gerarchie. Le cose non stanno così ed è anzi il contrario: è Limina a
dover dar conto agli insegnanti di quello che ha scritto nella sua
malaccorta circolare. L'uguaglianza dei cittadini produce infatti, in
termini concreti, quello che, in senso epistemologico, si definisce "assioma",
vale a dire un principio assunto come vero in quanto è evidente e fa da
punto di partenza di un contesto teorico di riferimento. Se Gelmini è
libera di dire alla stampa ciò che pensa di scuola e di insegnanti, se
Brunetta può definire pubblicamente fannulloni gli impiegati, gli
insegnanti e gli impiegati possono dire alla stampa ciò che pensano del
governo e della sua politica scolastica. Questa è in concreto
l'uguaglianza nella democrazia repubblicana e non c'è circolare che
tenga: chiunque, impiegato o no, può liberamente manifestare opinioni
relative ai ministri di turno. Gli insegnanti possono, lo fanno e lo
faranno, come io lo faccio, e non c'è legge che possa legittimamente
impedirlo a meno di non dichiarare guerra alla democrazia, assumersi la
responsabilità di violare la Dichiarazione universale dei Diritti
dell'Uomo e del Cittadino e indurre i cittadini a esercitare il
sacrosanto diritto/dovere alla resistenza all'oppressione.
E' stupefacente che Marcello Limina e Maria Stella Gelmini, fingano
d'ignorarlo. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili
dell'uomo e richiede l'adempimento dei doveri. E' scritto nell'articolo
due della Costituzione e non ci sono dubbi: è dovere primario di un
ministro rispettare i diritti dei cittadini. Lo ricordava ai colleghi
l'onorevole Ruini: la inscindibilità del binomio diritti-doveri "tipicamente
mazziniano", risale alla Rivoluzione francese - non è, quindi sessantottino
- ed "è accolto da tutti, è ormai assiomatico". Quando fu
chiaro che il diritto di qualcuno è automaticamente dovere che hanno gli
altri di rispettarlo, quando Giuseppe Dossetti puntualizzò che fosse da
ritenere "assiomatico" che i diritti fondamentali delle persone
sono vigenti anteriormente ad ogni concessione da parte dello Stato e,
quindi, incoercibili, Marchesi - orribile a dirsi, un comunista! -
ricordò che ci sono diritti insopprimibili che non sono riconosciuti
esplicitamente dalla Costituzione, perché essa - tutti convennero -
sottintende quelli storicamente preesistenti alla formazione dello
Stato: vivere, muoveri, formarsi una famiglia, procreare, parlare.
Parlare, sì. Parlare, checché ne pensino Limina e Gelmini. Parlare e,
quindi, criticare sono un diritto naturale e incoercibile. Marchesi,
sempre lui, il comunista, quasi temesse l'emergere dei Limina, trovò
consenso unanime allorché, concordata una definizione giuridica - l'uomo
è un "animale sociale"- ricordò che in ogni dovere è implicito
un diritto: quello alla "libertà interiore, che non ci può essere
data e tolta da nessun governo" in quanto "approdo supremo del
proprio personale destino, che non può essere regolato né minacciato
dalla legge". Sono parole che Limina e il suo avvocato troveranno a
pagina 38 degli Atti della Prima Sottocommissione dell'Assemblea
Costituente. L'alba della Repubblica, dopo la tragedia di quel fascismo a
cui tanti, troppi comportamenti e disegni di legge di questo governo
sembrano volerci ricondurre. Primi fra tutti, quelli di natura
odiosamente censoria che mirano apertamente a impedire o punire la
manifestazione di dissenso.
Lo dico con la consapevolezza delle parole gravi e la serenità di chi è
in pace con la coscienza: la misura è colma. Chi ha a cuore la
democrazia - e ci contiamo a milioni - non può accettare senza reagire
una involuzione autoritaria. E bene ha fatto la Cgil a chiedere il ritiro immediato della nota e le
dimissioni del direttore dell'Ufficio scolastico regionale dell'Emilia
Romagna.
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