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Diaspora degli insegnanti e svalorizzazione della scuola

by Gemma Gentile — last modified 2009-08-12 19:10

da foruminsegnanti.it

Diaspora degli insegnanti e svalorizzazione della scuola



Il quadro che emerge dalla mobilità 2009/2010 e dai dati riguardanti l'organico è davvero desolante, specialmente al Sud. La distruzione della scuola, una vera e propria diaspora degli insegnanti: precari licenziati dopo anni e anni di insegnamento, una non trascurabile fetta di docenti di ruolo precarizzati in quanto in esubero e quindi sradicati dai loro posti di lavoro.

Tra questi, i meno sfortunati sono insegnanti di ruolo, con decenni di servizio, spostati su più scuole in posti lontanissimi dalla residenza, in quanto c'è anche chi finisce in organico provinciale senza sede fissa, al di là dei precari che sono praticamente in decine di migliaia licenziati senza pietà, soprattutto al Sud e nelle classi in esubero. Salta la continuità, è gettato alle ortiche tutto quanto si è costruito nelle proprie scuole in anni ed anni di duro lavoro. Il motivo? Far cassa sui più deboli, cioè sui nostri ragazzi, ma non solo. Entrando nello specifico delle ripercussioni didattiche, ci rendiamo conto che una cattedra di Lettere nella scuola media, finora era organizzata su due classi, in modo da garantire un lavoro didattico armonico e collegato in senso interdisciplinare di Italiano, Storia, Geografia ed Educazione Civica, per di più ampliato con qualche ora di compresenza settimanale con altri colleghi di discipline diverse, ebbene ciò non più possibile: infatti, la riduzione delle ore decisa dalla Gelmini e l'obbligo di riportare le cattedre a 18 ore settimanali, aggiunto allo sconquasso procurato dal resto dei tagli, costringe nel migliore dei casi a spostarsi su tre classi, con ripercussioni estremamente negative sulla qualità, spezzettando senza alcuna logica didattica ciò che era unitario. Tale unitarietà, tanto più se potenziata da una didattica improntata alla collaborazione interdisciplinare, rendeva più agevole operare nel senso di problematizzare l'apprendimento, di formare alunni in grado di ricercare collegamenti e di acquisire efficaci metodi di studio che permettessero loro di ragionare con la propria testa in modo critico e magari in qualche caso (perché no?) provare qualche gioia nell'apprendimento vero, quello conquistato. Ma è anche questo che si vuole colpire. In una società funzionalizzata totalmente al mercato, la massa della popolazione non deve pensare, ma conoscere solo quei rudimenti necessari per i lavori più o meno precari che potrà svolgere.
Soffermandomi ancora sull'insegnamento di Italiano nella scuola media (parliamo quindi di obbligo e di un età scolare comunque delicatissima anche per la crescita complessiva dei ragazzi), l'elenco dei trasferimenti del Sud nascondono, nello specifico, soluzioni incredibili e paradossali, come quelle riguardanti insegnanti trasferiti non solo dalla città alla provincia e su tre scuole di Comuni differenti, ma anche su 18 classi diverse con sole ore di approfondimento di Italiano.

Mi chiedo se sia un caso che questo governo abbia scelto di colpire proprio l'insegnamento di Italiano, Storia e Geografia nella scuola media.
Nel mese di luglio a Berlino si è costituito il "Comitato 9 marzo per il diritto alla lingua nazionale e alla non discriminazione linguistica" (QUI) . Non ho potuto approfondire gli atti di questa iniziativa, ma è già interessante il dato che, perfino a livello di apparati sindacali, sia stato riconosciuto il problema del pericolo che incombe sul nostro futuro per l'indebolimento della conoscenza linguistica e sia emerso che gli elementi di discriminazione linguistica si siano accentuati con la Gelmini che, oltre a bocciare il multilinguismo nel tentativo di proporre l'inglese come unica altra lingua, ha mortificato lo studio della lingua nazionale, il cui apprendimento è già fortemente in crisi per una serie di motivi, dall'impoverimento linguistico in tutti i campi, al processo di svalorizzazione della scuola pubblica.

C'è un nesso tra il depotenziamento dell'insegnamento dell'Italiano, il cui apprendimento è uno strumento cardine per la comunicazione e per l'acquisizione dei necessari strumenti per decodificare ciò che accade, in altri termini per impadronirsi di capacità critiche, e la proposta ministeriale, per ora sventata dalla sentenza del Tar, di introduzione dell'inglese potenziato, a cui si è aggiunta recentemente la richiesta della prova di dialetto per l'accesso all'insegnamento da parte della Lega, tra il provocatorio e il faceto? Queste ultime sembrano due proposte concettualmente antitetiche: la seconda sembra prefigurare una società arcaica, un ritorno alla babele dei localismi, l'altra sembra invece delineare come attuale una società globalizzata anche culturalmente e politicamente. Ma lo sono davvero? Non credo.
Piuttosto, questo frequente apparente contraddirsi, questi continui fuochi di artificio di pseudo-proposte diverse nascondono un indirizzo costante: la dequalifiquazione della scuola pubblica, la sua privatizzazione e le scelte di risparmio del bilancio del welfare.
L'apprendimento della lingua di origine, assieme alle conoscenze storico-geografiche, facilita l'apprendimento delle altre lingue, così come accade per lo studio della cultura locale, a cui la maggior parte degli insegnanti già si richiama.

Non c'è contraddizione tra il decentramento spinto che crea caos dappertutto e distrugge i vincoli solidaristici, resi difficili dalle delocalizzazioni, dalla flessibilità del lavoro e dalla mancanza di un sistema informativo sano e il fenomeno apparentemente opposto, cioè l'accentramento governativo che dall'alto emana leggi e regolamenti che pretenderebbero di occupare ogni spazio della vita civile e decidere la vita di tutti in un clima asfittico e totalizzante, in grottesco contrasto con l'impunità personale garantita per il capo del governo: tutti i governi antidemocratici hanno queste caratteristiche. Non c'è contraddizione in un regime tra forte accentramento del governo del/i Paese/i e del mondo nelle mani della/e casta/e dei potentati economici sempre più ristretti e famelici e il degrado delle periferie, abbandonate alla violenza della manovalanza di regime, in balia delle ronde e delle pattuglie sguinzagliate a fini repressivi di pseudoemergenze, dove è davvero labile e troppe volte confuso il confine tra malavita organizzata e forze dell'ordine di uno Stato che si fa strumento degli interessi della classe degli infinitamente ricchi e enormemente pochi, cinici dominatori del mondo.
Non per citarmi, ma per evidenziare ciò che penso da tempo e purtroppo è stato confermato dagli eventi successivi, ricordo che nell'aprile del 2005, arrivai abbastanza vicino alla verità nel tentare di capire il senso di quanto stava accadendo:

"La scuola morattiana è stata finora una sorta di laboratorio, in cui viene sperimentato il modo di concepire i rapporti tra governanti e governati e tra centro e periferia da parte di questo governo aspirante a farsi regime.
Mentre il centro ministeriale, sempre più arroccato nelle proprie stanze del potere, emana ordini, rifiutando qualsiasi confronto, le scuole buttate nel caos e invitate a procurarsi autonomamente i mezzi necessari,versano spesso in condizioni poco dignitose e non sono in grado di offrire i necessari servizi formativi ai propri alunni.

La Costituzione, ipotizzata dalla destra, concentra un enorme potere nelle mani del premier, esautorando il Parlamento da una reale possibilità di controllo sul suo operato, mentre riduce la figura del Presidente della Repubblica ad una funzione meramente decorativa.
A questo accentramento fa da contraltare il caos in cui è buttato il Paese con la devolution, che ne mina l’unità e approfondisce, in modo insanabile, le differenze e le iniquità esistenti in uno Stato come l’Italia, che non è mai stato capace di sanare la questione meridionale." (QUI)

Abbiamo avuto Berlinguer, Moratti, Fioroni e poi Gelmini, la riforma dell'Autonomia scolastica e dell'accesso della scuola privata nel settore pubblico, la riforma Moratti e le cosiddette modifiche del cacciavite di Fioroni, la "banda dei tre" Tremonti-Gelmini-Aprea; l'ultima, la legge Aprea è la più temibile, ma potenzialmente potremmo ancora inabissarla. A livello più generale si sono alternati Prodi e Berlusconi, abbiamo bocciato la devolution col Referendum costituzionale, ma la stanno attuando lo stesso attraverso la decretazione ed ora come lavoratori di tutto il mondo, siamo al macht finale. Siamo al decreto (in)sicurezza, siamo alla legge contro la libertà di stampa e per rendere inoffensiva la Magistratura nei confronti della malavita organizzata (sia quella annidata nello Stato, sia quella nascosta nei territori), siamo alle gabbie salariali, all'attacco generalizzato al lavoro e alla sua sicurezza, in tutti i sensi.
La situazione è davvero grave. Alcuni segni positivi di collegamenti e di risposte comuni ci sono, ma troppo deboli e non organizzate. Bisogna vincere la partita prima dell'implosione.