EMERGENZA CAMPANIA
Napoli,
2010-03-16
Napoli, che fine ha fatto la raccolta differenziata?
A Napoli il costo della pulizia e della raccolta rifiuti è tra i più alti d’Italia. La Tarsu è aumentata del 60%. Differenziata ferma ad un misero 20% e ci sono più dipendenti che nelle altre città: più che un flop la gestione dell’Asia è un caso da analizzare.
Differenziata a Napoli: molto più di un semplice insuccesso
29 Gennaio 2010 - A Napoli il costo della pulizia e della raccolta rifiuti è tra i più alti d’Italia. La Tarsu è aumentata del 60%. Differenziata ferma ad un misero 20% e ci sono più dipendenti che nelle altre città: più che un flop la gestione dell’Asia è un caso da analizzare.
Dicembre 2009, l’emergenza rifiuti è terminata. Nei mesi precedenti, la regione Campania è stata attraversata da una vento che ha in gran parte rivoluzionato il modo di affrontare la problematica della raccolta e smaltimento dei rifiuti, vuoi per il decreto che minacciava lo scioglimento dei comuni inadempienti (ed in cinque casi è successo), vuoi per la nuova sensibilità dei cittadini che, colpiti dalla crisi che ci ha reso tristemente famosi in tutto il mondo, ha reso tutti più ricettivi verso gli impegni di riduzione e differenziazione dei rifiuti.
In questi due anni è aumentato molto in Campania il numero di comuni virtuosi e ricicloni; ma la città simbolo della Campania continua ad avere la maglia nera nel riciclo dei rifiuti. A dicembre 2009 a Napoli si è raggiunto un misero 20% di raccolta differenziata mentre il decreto rifiuti del governo richiedeva il 25% ed il piano comunale (del 2008) prometteva il 35%. Il grafico sotto ci aiuta a seguire l’andamento della percentuale di raccolta differenziata negli ultimi tre anni.

I dati visualizzati non lasciano dubbi, il piano comunale è lontano anni luce ma anche il decreto rifiuti, che imponeva il raggiungimento del 25%, è stato mancato di molto. In generale durante il 2009 si nota un misero aumento, pienamente proporzionato agli scarsi impegni messi in campo.
Nel 2009, infatti, la raccolta “porta a porta” è rimasta ferma nelle zone già servite nel 2008 con un aumento in agosto e settembre, quando sono state incluse le zone di san Giovanni, il centro direzionale ed il porto. Il risultato di questo ampliamento del servizio si riflette immediatamente sull’andamento dell’rd dove l’unico picco significativo si registra proprio in corrispondenza di questi due mesi. Questo è il secondo fattore che in gran parte smentisce chi predica della svogliatezza congenita dei napoletani sul tema ecologico: infatti nei quartieri serviti dal “porta a porta” le percentuali sono da paesi modello, ossia dal 65% all’80% di percentuale di differenziata raggiunti in pochissimi mesi. Quindi dove c’è l’impegno dell’amministrazione e dell’Asìa, i risultati si vedono riflessi nell’impegno concreto dei cittadini.
I risultati complessivi sono ancora più incredibili se si pensa a quanto viene speso e quante persone sono impiegate in questo servizio. L’Asìa è una società controllata al 100% dal Comune di Napoli che continua a lavorare senza contratto di servizio, costa al comune 170 milioni di euro l’anno ha 2.345 dipendenti pari a 2,6 per mille abitanti, una percentuale superiore di 1,5% rispetto alla media nazionale.
Questo costo non si riflette sui risultati, quindi, ma sulle tasse sì, direttamente. Infatti a Napoli si paga la Tarsu più alta d’Italia. Come se non bastasse, va ricordato che a gennaio 2009 sono stati assorbiti in Asìa circa 350 lavoratori del bacino Napoli5, il cui costo ricadrà interamente sulla Tarsu del prossimo anno e che ci sono ancora i conti da saldare con il commissariato di governo per l’attività svolta durante l’emergenza e si parla di circa 100 milioni di euro.
La spiegazione e la ricetta per la soluzione del problema la accenna Paolo Giacomelli in una recente intervista rilasciata al Corriere del Mezzogiorno in cui dichiara che “Non c’è dubbio che Asia debba imboccare un percorso che le consenta di raggiungere livelli di produttività il linea con gli standard medi italiani. Ha una età media del personale elevata, pari a circa 56 anni e un alto tasso di invalidi. Un piano di efficientamento andrà fatto senz’altro. Del resto, una cosa è il welfare e un’altra è la gestione di un servizio di pubblica utilità“.
Quindi un problema di personale, che è indubbio. Ma probabilmente il vero problema è di strategia e di coinvolgimento della popolazione: aver coinvolto nel 2009 solo 30.000 abitanti in più per il porta a porta è decisamente insufficiente, considerando che il piano prevedeva di arrivare a 100.000 abitanti, anche perché, a fronte di 120.000 servite dal porta a porta, a Napoli ci sono altre 800.000 persone che in questi due anni non sono state coinvolte in alcun progetto di sensibilizzazione. Insomma si raccoglie ciò che (non) si è seminato.In conclusione vorrei ricordare che dall’emergenza rifiuti non è stata messa in campo dal Comune di Napoli neanche un’azione volta alla riduzione dei rifiuti: pannolini lavabili riutilizzabili, acqua della fontana, promozione delle stoviglie non usa e getta per le mense e per le fiere, borse di tela per la spesa, detersivi alla spina…. altrove sono una realtà, come abbiamo visto la settimana scorsa a San Vitaliano. Per il Comune di Napoli è rimasta semplice parola scritta nel piano comunale…
I malpensanti fanno notare che l’Asìa quest’anno aveva la testa da un’altra parte e cioè all’inceneritore di Napoli, la cui progettazione e gestione è stata affidata all’Asìa e, come sa bene chi ha seguito le vicende di Acerra, per un inceneritore i rifiuti sono oro, dunque quale interesse nel ridurli? Sembra un paradosso inconciliabile, e forse lo è, che nelle strategie di una stessa società si cerchi, da un lato, di ridurre la quantità di rifiuti indifferenziati, se dall’altro lato si ha poi bisogno di questi stessi rifiuti come combustibile per un inceneritore che produce reddito derivante dalla vendita dell’energia così generata (proventi, ricordiamo, consentiti e gonfiati dal cip6).
( fonte: Terra , tratto da napolionline.org )
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