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Per le scuole è tempo di bilanci. Innanzitutto i bilanci preventivi e
consuntivi, sempre più rapidi, semplificati e magri, perché manca la
materia prima, i finanziamenti dello Stato. Ora, sostiene Gelmini, stop
anche ai contributi richiesti alle famiglie. Eppure, sempre più, solo
con i soldi delle famiglie le scuole stanno funzionando. D´altra parte,
per il prossimo anno scolastico sono confermati i circa trentamila tagli
di personale, tra docenti e ata; in Campania saranno forse cinquemila.
Argomenti sui quali torneremo: sono, da anni, il cavallo di battaglia
della lunga estate della scuola e dei suoi precari. Ma le scuole devono
fare il bilancio anche della campagna iscrizioni, che si è conclusa
pochi giorni fa. Assumendosi qualche responsabilità. La responsabilità
di non aver reagito alle false informazioni fatte circolare
dall´Amministrazione sulle riforme, la responsabilità di non aver
svelato il bluff della riduzione delle ore d´insegnamento, la
responsabilità di non aver contrastato la distribuzione degli indirizzi
sul territorio. Siamo stati precettati, scuole pubbliche e private, a un
seminario a Ponticelli sulla riforma della secondaria. Dopo gli
interventi celebrativi, sono cominciate le domande dei colleghi sui
passaggi dai vecchi ai nuovi indirizzi, sulle classi di concorso
ballerine, sulle dotazioni organiche indefinite tra vuoti ed esuberi.
Alle quali domande ci sono state risposte imbarazzate e vaghe. Ma non
c´è stato un solo intervento critico. Scene analoghe si sono viste nelle
successive conferenze di servizio. Avremmo dovuto fare denunce su
denunce contro il ministro e la sua amministrazione, contro le politiche
scolastiche nel Mezzogiorno. Denunce anche contro la giunta regionale,
contro l´assessore al ramo, autore di un piano di dimensionamento
assolutamente clientelare. Che ha pagato alla fine, insieme alle
frenetiche iniziative degli ultimi mesi, visto l´elenco degli eletti al
nuovo consiglio regionale. Indirizzi assegnati senza alcun criterio,
senza logica. Del resto lo stavano facendo già da qualche anno.
Due esempi. I licei scientifici a Napoli e provincia erano, pochissimo
tempo fa, una trentina; oggi gli istituti nei quali c´è il liceo
scientifico sono ottanta su centottanta. Per una conferma, andate a
vedere sul sito del ministero il link "Cerca la scuola". Una scuola
della mia zona, fino a ieri stimato istituto tecnico commerciale, si è
trasformata in istituto superiore con quattro indirizzi: amministrazione
finanza e marketing, turismo, chimica materiali biotecnologie, liceo
delle scienze umane. Con le stesse aule e le stesse attrezzature. Non
unico istituto in un comprensorio interno della regione, ma una delle
venti scuole superiori nella zona orientale di Napoli. Nel raggio di tre
chilometri.
Non abbiamo reagito né contro l´amministrazione scolastica, né contro la
giunta regionale, né contro la spregiudicatezza di alcuni di noi. Mi
sono domandato spesso il perché di questa incapacità delle scuole a
reagire. Lo fanno i lavoratori della scuola, ma non le scuole. Il perché
della rassegnazione, il perché della tendenza delle scuole a dipendere
dalla superiore autorità. Delle scuole che pure sono dotate di
un´autonomia sancita dalla carta costituzionale. È stato modificato il
quinto titolo della Costituzione anche per questo. Mi sono domandato il
perché del legame di tanti dirigenti scolastici con il direttore
scolastico regionale, più forte di quello con la propria scuola. E ho
trovato alla fine una risposta importante: la debolezza dipende dalla
mancanza di rappresentanza, dipende dal fatto che le scuole non fanno
rete e non hanno chi le rappresenta tutte assieme. E quindi dal fatto
che non ci sono i luoghi nei quali svolgere ruoli decisivi con la
propria rappresentanza. Non mancano le associazioni di scuole, per la
verità un po´ velleitarie, poco rappresentative, troppo orientate, e
neppure qualche consorzio di scuole, ad esempio di istituti
professionali, con dichiarati interessi economici. Ma manca un organismo
istituzionale di rappresentanza, che abbia titolo a rappresentare le
scuole nelle conferenze con lo Stato, con le Regioni, le Province, i
Comuni.
L´organismo di rappresentanza ridarebbe dignità alle scuole, alla loro
autonomia, ai loro punti di vista, alle loro proposte. Rivitalizzerebbe
anche la partecipazione alla vita scolastica di tutte le componenti,
potendosi esercitare su materie reali e importanti. Perfino il vecchio
preside uscirebbe da una sorta di ambiguità, da una zona di confine tra
scuola e amministrazione, ancorando saldamente la sua dirigenza alla
scuola che guida. L´autonomia delle scuole, tra l´altro ancora
incompleta in diversi punti, rimarrà sempre aleatoria senza una rete che
le veda alleate, in sinergia anziché in competizione a "soffiarsi"
alunni, capaci di incidere sulle politiche scolastiche, e del governo
centrale e di quelli regionali. E qualche volta di opporsi con
determinazione a scelte solo economiche riguardo all´istruzione dei
giovani o, ancor di più, alla deriva ideologica di chi vorrebbe
escludere e ridurre alunni immigrati o reclutare solo insegnanti locali.
Proviamo a realizzare questo organismo di rappresentanza delle scuole.
Così le scuole, anziché essere un´appendice dell´amministrazione,
potranno diventare le scuole della Repubblica.
(L´autore è dirigente di liceo)
Franco Buccino - "Repubblica" Napoli, 06-04-2010
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