SOTTO IL VESUVIO
Napoli,
2011-01-21
A UN’OPERAIA FIOM DA UN’OPERAIA MIUR
Il tuo “NO” è stato l’affresco più bello, il museo dei musei, il capolavoro della galleria, l’altezza squadrata della Mole. Ricca e piena è diventata l’anima, istruita dal tuo “NO”. Ora so di che si parla quando si parla di te; ora so a che si attenta quando ti si impone di dire “SI” o “NO”. Ora so con quanta forza e con quanto sdegno devo dire il mio “NO”
A UN’OPERAIA FIOM DA UN’OPERAIA MIUR
pubblicata da Marcella Raiola il giorno domenica 16 gennaio 2011
Non so niente della fabbrica. Non so niente dei tornelli che girano
quando fuori è notte e nebbia densa come sugna. So di pensiline, di
attese lunghe al freddo dell’alba, di trenini che mi portano in un altro
scomposto anfratto del Vesuvio, e di umidità che intride le ossa,
mentre cammino per strade ancora silenziose e grigie, andando verso un
posto con quadri d’ardesia docili al gesso, per scrivere le parole che
contano e che hanno contato, per capire come vanno le cose e come sono
andate, per decidere se seguire quelli che le hanno cambiate, per
stanchezza, violenza o convinzione, o se accettarle così come sono, per
egoismo, garanzia di privilegio o viltà.
Non so nulla di olio che cade sulle spalle da una carrozzeria che
sovrasta e sghignazza, da un motore che pesa e minaccia, né di frastuono
vibrante che introna e rintrona alle tempie come i latrati di Cerbero;
non so di puzzo acre di vernici, di braccia che non ne possono più di
stare alzate, di bocca impastata, occhi arrossati; so di insulti e
calunnie, di delazioni e rabbia, di incomprensione e viltà, di urla e
solidarietà, di soddisfazione e piaggeria, di delusione e frustrazione,
di disillusione e fiducia malriposta, di sonno traditore che prende sul
treno del ritorno e corde vocali che un tempo vibravano per cantare le
arie di Zerlina e di Donn’Anna, e che ora a stento producono un suono
baritonale e greve.
Non so ancora nulla di controlli occhiuti, di pause pipì, di
incentivazioni, compensi e scompensi, di pensiero diffratto,
polverizzato, arreso, sotto un casco giallo o blu rigato. So di
alienazione e sconforto, di impotenza ineludibile e lungimiranza
necessaria. So che sono chiamata e vocata a sperare che quel che faccio
serva a tutti e so che tu sei indotta e costretta a sperare che quel che
fai serva al maggior numero possibile di noi e di “altri”, anche se tu,
quel che fai con le tue mani, non lo compri perché puoi o riesci a
farne a meno, o non lo compri perché non puoi permetterti la tua stessa
creatura…
Ma il tuo “NO” è stato un corso accelerato di vita di fabbrica. Il tuo
“NO” mi ha messo l’elmetto giallo in testa, addosso la tua tuta scura e
la tua resistenza; il tuo “NO” ti ha fatto uscire dal telecomando
annoiato, dalle pagine di storia snobbata, sorvolata, dalle statistiche e
dagli indici di borsa seguiti con insofferenza e indifferenza. Il tuo
“NO” è il partito che non mi accolse, la mia formazione politica
contratta in monosillabo olofrastico, il mio turno di prova, la mia
sirena, la mia mensa, la mia paura, la mia assemblea. Il tuo “NO” ha
vinto quello che le parole hanno interesse a vincere: la partita con
l’anima di chi legge. E il tuo “NO” è più di uno stilema prezioso, di
una definizione liberatoria; il tuo “NO” è più dell’insolente
degnazione, della corrispondenza biunivoca, della realizzazione
incoativa, della duttile coesistenza di sviluppi, delle parole belle,
esaltanti, roboanti, distintive, delle parole sottili ed eleganti che mi
fanno sentire padrona del mio destino, padrona del Destino.
Il tuo “NO” è stato l’affresco più bello, il museo dei musei, il
capolavoro della galleria, l’altezza squadrata della Mole. Ricca e piena
è diventata l’anima, istruita dal tuo “NO”. Ora so di che si parla
quando si parla di te; ora so a che si attenta quando ti si impone di
dire “SI” o “NO”. Ora so con quanta forza e con quanto sdegno devo dire
il mio “NO” ogni volta che verranno ad estorcermi un “SI”. Non sciuperò
il tuo “NO” d’acciaio; contaci! Sarà duro anche il mio. Duro come
l’ardesia.
Vivalascuola. Scuola bene comune