OLTRE IL VESUVIO
2009-12-07
Tagli alla scuola pubblica
Il Governo Berlusconi mantiene la promessa: 36.218 docenti e 4.945 classi in meno, a fronte di un aumento di 37.876 alunni. La dieta imposta all’istruzione non migliora la qualità della scuola: nel dossier 2009 di Legambiente i tagli all’istruzione dal 2002 al 2010
Comunicati stampa
05/12/2009 12:07 Tagli alla scuola pubblica
Il Governo Berlusconi mantiene la promessa: 36.218 docenti e 4.945 classi in meno, a fronte di un aumento di 37.876 alunni. La dieta imposta all’istruzione non migliora la qualità della scuola: nel dossier 2009 di Legambiente i tagli all’istruzione dal 2002 al 2010.
322 istituzioni scolastiche aggregate, 68 piccoli plessi chiusi e 36.218 cattedre tagliate. Sono questi i risultati dei tagli attuati alla scuola solo nel primo anno del piano Tremonti-Gelmini che sono andati ad aggiungersi alla riduzione di risorse dei precedenti provvedimenti governativi. Una dieta ferrea dalle conseguenze pesanti, che Legambiente ha ricostruito nel dossier 2009 sui tagli alla scuola italiana dal 2002 al 2010. Otto anni che raccontano, a fronte di un aumento degli alunni, il taglio di classi e organici, la riduzione di risorse finanziarie alle scuole pubbliche e, nel contempo, i nuovi finanziamenti a quelle private.
Indicatore più significativo della china in discesa della scuola
italiana è, a tutti gli effetti, il precariato. Secondo il dossier di
Legambiente, infatti, dal 2002 al 2010 si sono persi 29.302 docenti di
ruolo, per arrivare nell’anno scolastico 2008/09 a un 15,66% di precari
(130.835) nel corpo docente, di cui ben 110.533 è stato licenziato al
termine delle attività didattiche. Non va meglio neanche per i 90.026
docenti di sostegno, di cui oggi il 43,80% (39.428) è precario, spesso
senza specializzazione e comunque impossibilitato a garantire quella
continuità necessaria nei processi educativi di questi alunni. E anche
il personale ATA è sempre più precario. Dal 72,52% di collaboratori
scolastici assunti a tempo indeterminato nell’anno scolastico 2001/02
nel corrente anno siamo scesi a 60,37%.
Il precariato rappresenta
uno svilimento della figura professionale dell’insegnante, sulla quale
evidentemente si vuole investire sempre di meno, se si considerano i
dati sulla formazione per il corpo docente che lascia sul campo il
27,64% delle risorse rispetto allo scorso anno, l’87,07% in meno
rispetto al 2001. Non va meglio per la formazione dei docenti di
sostegno: la cifra dei fondi a loro destinati, già bassa in partenza,
subisce un taglio del 25,14% rispetto all’a.s. 2008/, mentre aumentano
nel contempo i bisogni formativi, dal momento che quasi il 50% di
questo personale è precario e senza alcuna specializzazione.
Sono sempre più esigui anche i finanziamenti per il potenziamento
dell’autonomia e l’arricchimento del Piano dell’Offerta Formativa, che
hanno registrato un calo del 21,66% rispetto allo scorso anno, e sono
ormai quasi la metà rispetto ai fondi previsti dalla L.440/97
nell’Esercizio Finanziario 2001 (- 45,77%).
Anche gli alunni con
cittadinanza non italiana, pur essendo aumentati dal 2001 ad oggi del
282,29% (da 164.499 a 628.876) non hanno goduto di ulteriori risorse
finanziarie, che sono rimaste ferme ai 53.195.060 milioni di euro
annui, previsti nei precedenti esercizi finanziari..
Idem per le strutture scolastiche che hanno subito una consistente
contrazione con un taglio rispetto allo scorso anno di ben 322
istituzioni autonome, pari al 3,01% del totale, frutto della
prosecuzione del piano di dimensionamento che ha portato
complessivamente in nove anni all’aggregazione ad altri istituti di
1.125 scuole prima autonome. Per quel che riguarda i “punti di
erogazione del servizio scolastico”, cioè i “luoghi” dove si offrono
concretamente i servizi scolastici agli alunni, se la scuola per
l’infanzia guadagna in otto anni 68 nuovi punti di erogazione, la
scuola primaria nello stesso periodo ne perde 469 (83 nell’ultimo anno)
nonostante il significativo aumento di alunni: 45.729 dall’anno
scolastico 2001/02.
Considerevole anche la progressiva chiusura
dei plessi “sottodimensionati” nella scuola primaria, prevalentemente
collocati nei piccoli comuni, determinata dal principio per cui
l’investimento per pochi alunni corrisponde solo ad una perdita
economica, con il rischio che la situazione peggiori nel prossimo anno,
con la definizione dei nuovi criteri più restrittivi di
dimensionamento, attualmente in discussione in sede di Conferenza
unificata Stato-Regioni. Nonostante le resistenze degli Enti Locali,
infatti, l’intesa dovrebbe rivedere i parametri di organizzazione del
servizio sul territorio per conseguire, mediante la riduzione del
numero complessivo di istituzioni scolastiche, risparmi di 85 milioni
di euro entro il 2011-12, secondo la previsione del Dpr 81/2009.
Rimane aperto, inoltre, il problema dello stato di salute degli edifici scolastici. La scadenza imposta agli Enti Locali dalla L. 265/99 sulla messa a norma di tutti gli edifici è difficile da rispettare, in mancanza di significative risorse aggiuntive. Tra i quarantaduemila edifici scolastici presenti in Italia, infatti, la maggior parte risale a prima del 1974, anno in cui è entrata in vigore la normativa antisismica, mentre già sappiamo, grazie al Rapporto di Legambiente “Ecosistema Scuola”, che più del 38% di questi necessita di interventi di manutenzione urgente. Ma la Finanziaria 2009 ha ridotto di ulteriori 22,8 milioni di euro i 100 milioni previsti per quest’anno dalla Finanziaria 2007 (piano triennale del governo Prodi). Unica nota positiva il via libera del CIPE del 6 marzo 2009 a 1 miliardo di euro da investire per il prossimo triennio per l’edilizia scolastica antisismica, anche se non è avvenuta ancora né una pianificazione degli interventi, né tanto meno un trasferimento di finanziamenti alle amministrazioni locali, così come è stata nuovamente rinviata la conclusione dell’Anagrafe scolastica..
E se le scuole statali vedono il segno meno davanti a ogni voce, le scuole paritarie, invece, registrano un progressivo aumento nei finanziamenti, ben ampiamente al di sopra di quanto preveda la L. 62/00 sulla parità scolastica. Dal 2001 ad oggi i fondi previsti sono passati da 332.079.682 a 561.262.070, prevedendo incentivi e benefit per chi sceglie di mandare i figli alle scuole paritarie.
“La dieta imposta alla scuola pubblica non rappresenta evidentemente un progetto finalizzato a un percorso di qualità, ma procede esclusivamente secondo la logica del ‘fare cassa’ – ha dichiarato Vanessa Pallucchi, responsabile scuola e formazione di Legambiente –. Nonostante il passato abbia insegnato che i tagli così netti e indiscriminati non portino ad un innalzamento della qualità dell’istruzione, ancora oggi ha prevalso una cultura tecnocratica e ragionieristica che vede la scuola solo come un costo, un ramo secco da tagliare. E’, invece, un’istituzione in crisi che necessita di una politica di riduzione degli sprechi e di gestione delle risorse in maniera più razionale, ma soprattutto è un’istituzione che ha bisogno di investimenti perché continui a rappresentare un diritto ed un’opportunità per tutti. La razionalizzazione e la riqualificazione della spesa pubblica dedicate alla scuola vanno, dunque, parallelamente rilanciate, come nel resto dei Paesi più avanzati che, proprio in questa fase di crisi economica internazionale stanno investendo in politiche significative nel campo dell'istruzione e della formazione”.
Il recente studio della Banca d'Italia "I rendimenti dell'istruzione", testimonia, infatti, come ci siano chiari vantaggi economici nel finanziare un aumento del grado di istruzione dei cittadini italiani, senza contare gli incalcolabili benefici di tipo sociale e culturale. Se, infatti, lo Stato decidesse di investire nella scuola e nell'istruzione una cifra netta, tra i 2.900 e i 3.700 euro pro capite, avrebbe un rendimento pari al 7% circa dell'investimento iniziale (8% nel Sud), ed un vantaggio fiscale per le casse pubbliche compreso tra il 3,9% e il 4,8%, derivante dal miglioramento delle posizioni lavorative, per l'aumento dei tassi di istruzione della popolazione, e dalla diminuzione dei costi legati all'assistenza sociale dei disoccupati. Un rendimento che produrrebbe quindi, una rendita persino migliore degli investimenti nel campo delle infrastrutture.
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