RIFORME
Roma,
2009-03-03
Sul maestro unico
In questo periodo mi è capitato più volte di sentirmi chiedere: "Ma perché siete contrarie al ritorno del maestro unico?
E'
comprensibile la difesa di posti di lavoro, ma sul piano della
conduzione della classe cosa cambia?"
In effetti, non è facile
spiegare la complessità di una situazione a chi non ne sia direttamente
coinvolto, ma provo a individuare alcuni punti per aiutare chi ha
voglia di capire.
I momenti di crisi, in fondo, sono anche occasioni di verifica, di confronto. Perché non coglierne l'aspetto positivo?
Comincio dal rapporto maestra/o - bambini.
Oltre al curricolo "formale" ogni insegnante porta con sé la sua storia
affettiva e il suo bagaglio di conoscenze che trasmette quasi
inconsapevolmente attraverso il linguaggio, lo stile comunicativo, il
comportamento. Una classe di bambini che affronta un percorso di cinque
anni merita di conoscere a fondo almeno due adulti. Se crediamo che
compito della scuola sia insegnare a pensare e non insegnare un
pensiero, la presenza di due insegnanti garantisce che non si incorra
nell'equivoco di credere che l'unico pensiero possibile sia quello
dell'unico insegnante.
Mi è accaduto più volte che un
bambino o una bambina trovandosi a vivere momenti difficili - personali
e/o familiari - abbiano sentito il bisogno di chiedere aiuto alle
insegnanti. In questi casi, di solito la richiesta è arrivata ad una
sola di noi, a volte a me, altre alla mia collega, quella che per
qualche motivo il bambino individuava come la persona più vicina, o più
in sintonia, o più affidabile.
Chi riceve una richiesta di questo
tipo, risponde ovviamente con un forte coinvolgimento emotivo ed ha
bisogno di confrontarsi con un'altra persona che conosce a fondo quel
bambino e la sua situazione. Le risposte, personali e familiari, devono
essere fondate su scelte ponderate, devono essere condivise. In genere
abbiamo cercato di ottenere dal bambino l'assenso a informare anche
l'altra insegnante. I bambini ce l'hanno dato, e aver fronteggiato in
due il problema ha dato maggior respiro alla situazione.
Mettiamo che l'insegnante viva un periodo difficile a livello
personale, e - anche inconsapevolmente - comunichi tensione,
insoddisfazione, malessere ai bambini. Essere in due significa
garantire un certo equilibrio, accogliere eventuali segni di disagio
dei bambini, confrontarsi con la collega per superare le difficoltà.
Se invece è la classe ad attraversare un periodo di particolare
agitazione, mettendo a dura prova la tenuta delle insegnanti, è molto
efficace che i bambini si confrontino con la reazione delle due
insegnanti che, seppur con modalità diverse, evidenziano la presenza
del problema e la necessità di risolverlo.
Quanto al rapporto maestri - genitori, vale anche in questo caso quello che ho detto fino ad ora.
Due voci, due pensieri, due sistemi di valutazione, anziché uno,
forniscono più elementi di comprensione, maggiori garanzie di
oggettività, un giudizio più articolato. Tutto questo diventa tanto più
importante quando non vi sia piena condivisione tra le due insegnanti
e, in tal caso, le diverse valutazioni rendono conto delle diverse
facce di un bambino.
Succede a volte che un genitore o
entrambi vivano momenti difficili e chiedano agli insegnanti di essere
aiutati a gestire la situazione con i figli (malattia o morte di un
genitore, o di un parente; separazione o divorzio; problemi di lavoro
ecc.). Essere in due a ricevere questa richiesta fa sì che il genitore
non scambi l'insegnante per lo psicologo personale, e il colloquio
scolastico per una seduta psicoterapeutica, ma sia consapevole che si
sta confrontando con gli insegnanti di suo figlio. Quello che il
genitore confida agli insegnanti serve solo per aiutare insieme il
bambino.
Infine, il curricolo.
Tanto nel modello a tempo
pieno, quanto nel modello a moduli a ciascun insegnante è affidato
l'insegnamento di alcune discipline. In entrambi i casi la possibilità
di "specializzarsi" consente una conoscenza più approfondita dei
contenuti della disciplina e della didattica degli stessi. Tra
conoscere una disciplina e saperla insegnare c'è una bella differenza!
Allo stesso tempo il dialogo e lo scambio tra gli insegnanti (garantito
da un tempo settimanale di programmazione) permette che gli ambiti
trovino dei momenti di incontro. Solo per fare un esempio, se
l'insegnante di italiano parla di dialetti, lo stesso argomento può
essere trattato da chi insegna geografia. Affrontare i temi da più
punti di vista, fa sì che si infittisca la rete delle conoscenze dei
bambini.
Fin qui non ho parlato di compresenza. Nella mia
esperienza di tempo pieno abbiamo due ore di compresenza alla settimana
(altre due sono utilizzate per l'insegnamento della religione e
dell'attività alternativa). Come le usiamo? Per uscite didattiche con
la classe; per preparare queste o altri eventi particolari (feste,
incontri, attività che hanno bisogno di una programmazione condivisa
per essere seguite anche da una sola insegnante, secondo linee
prestabilite); per attività a piccolo/medio gruppo (laboratorio di
informatica, pittura...); per attività di recupero e/o consolidamento;
infine per i "discorsi seri", quando il gruppo, per problemi di
comportamento, è chiamato a raccolta per una "strigliata" a due voci,
oppure quando accadono eventi speciali che richiedano un momento di
riflessione collettiva.
La scuola è un luogo dove relazioni e
apprendimento vanno a braccetto, diventare "buoni" cittadini è una
finalità precipua quanto quella di imparare a pensare, decifrare la
realtà, costruirsi una capacità di giudizio, che sono ben altro dal
sapere quante furono le guerre puniche.
Per far fronte a questo
all'adulto si chiede autorevolezza e non autorità, servono capacità di
mediazione e di ascolto e non di comando. Non serve "il prevalente",
tanto meno "l'unico". Servono almeno due maestri/e in condizione
paritaria che in prima persona si misurano giorno per giorno con il
rispetto reciproco, il dialogo, la capacità di ascoltarsi, pur nella
diversità.
Servono due maestre/i che si impegnino a dare il
meglio di sé relativamente agli ambiti disciplinari di cui sono
responsabili, mantenendosi aggiornati, confrontandosi con colleghi,
sperimentando sul campo con i bambini, scambiandosi opinioni,
esperienze, emozioni.
Se mi penso maestra unica, non mi vergogno
a dire che attualmente, delle mie quattro e più discipline, non per
tutte riesco a garantire la stessa preparazione. Non è solo una
questione di tempo e di energie, è anche una questione di interesse e
di piacere. Figuriamoci se ne avessi ancora di più!
Non ho
parlato del tempo, dell'importanza di svolgere il lavoro in un arco di
tempo che preveda un'alternanza di attività più impegnative e più
rilassanti, più teoriche e più operative, di gruppo e individuali. Il
tempo di 24 ore, per questo ordine di scuola, per questa età dei
bambini, in questa situazione sociale per la maggior parte delle
famiglie così complessa, è un tempo "mal ridotto".
Chiudo con
una riflessione: credo che il tempo di non insegnamento più proficuo
(per me e per i bambini) speso con le mie colleghe sia quello dedicato
allo scambio di osservazioni sui singoli bambini: esternare le
osservazioni, i dubbi, i giudizi ad una collega significa anche
ri-pensarli prima di esprimerli, oppure esprimerli con la curiosità di
vedere cosa ne pensa l'altra, se li condivide, se li "contesta", se ha
altre/diverse osservazioni da affiancare. Ascoltando la collega puoi
accorgerti che qualcosa ti è sfuggito, non hai colto, non gli hai dato
peso, oppure il bambino non ti ha svelato di sé. Puoi scoprire che ti è
mancato quello sguardo in più, per distrazione, per fretta, per fatica.
Succede. Essere in due vuol dire che il bambino è più protetto. Ed
essere protetto, quanto più possibile, è un diritto di ogni bambino.
Condividere le scelte educative di una classe in due (tempo pieno) o
più (moduli) persone, progettare e lavorare insieme è un lusso che
questo paese non può permettersi? Quali sono le priorità assolute? Il
lavoro? Non lavoriamo per il futuro dei nostri figli? Il PIL? Non
produciamo per i cittadini di domani?